martedì 20 gennaio 2015

Il tempo della vita

la prima cosa che lo scrittore spagnolo Marcos Giralt Torrente mette in campo, affrontando la storia di suo padre, della sua malattia e morte, sono i mille ripensamenti che ha avuto nello scrivere questo libro e la ricerca di altri romanzi di questo genere. Da una parte l’urgenza di raccontare la figura paterna, dall’altra il proprio pudore e la consapevolezza che a un uomo desideroso di proteggere la propria intimità come il padre non sarebbe piaciuto venir descritto così da vicino. Tra i due impulsi vince il bisogno di fare i conti con il proprio dolore. Giralt Torrente parte dal matrimonio dei suoi, avvenuto nel 1964, descrive i primi anni familiari, piuttosto felici, con il padre che dipingeva e lui che gli ronzava intorno, poi l’abbandono paterno, la vita a due con una madre forte, spensierata, qualche volta sconsiderata.  Marcos patisce la mancanza del padre a cui lo uniscono gli interessi artistici, e cresce animato dal desiderio di contrapporsi a lui in ogni modo. Quando entra in scena “l’amica conosciuta in Brasile”, fidanzata del padre per oltre vent’anni, la situazione peggiora: la donna, indicata con una perifrasi raggelante per allontanarla anche con il linguaggio, non vuole parenti tra i piedi (salvo poi abbandonare il suo uomo quanto questo si ammala, non senza averlo depredato di quasi ogni bene). Sarà proprio la malattia a unire padre e figlio: a trentasette anni Marcos diventa il padre di suo padre che ne ha sessantacinque. Un anno e mezzo passato tra operazione, chemioterapia, ma anche viaggi all’estero, mostre, musica, libri. Stare accanto al padre, alleggerirgli per quanto possibile i disagi della degenza, aiuta Marcos a recuperare il tempo perduto: “ci siamo regalati un anno e mezzo delle nostre vite”. Un libro pieno di passione, che fa della propria esperienza di figlio un’esperienza universale in cui altri possono trovare parti di sé. Tradotto da Pierpaolo Marchetti, pubblicato da Elliot.

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