mercoledì 28 gennaio 2015

L'invenzione della madre

la morte dei propri genitori di solito si racconta per sanare un dissidio irrisolto o per accettare il distacco. Rientra in questa seconda tipologia il libro di Marco Peano, L’invenzione della madre, in uscita da Minimun fax.  Il protagonista, Mattia, ha ventisei anni, ha studiato cinema, non si è laureato, lavora in un negozio di videocassette, ha una fidanzata, vive con i genitori in un paese del Nord Italia. La mamma cinquaquattrenne postina ci viene presentata il giorno in cui esce dall’ospedale: non perché è guarita, ma perché non può più essere curata. Con una terza persona che funziona come una lente d’ingrandimento sull’oggetto narrato, Peano racconta il pre e il post lutto di Mattia nella cornice di un piccolo centro partecipe e pettegolo. Il cancro al cervello della madre (e il cancro al seno che l’aveva preceduto) sono scrutati da vicino; la morte non è mai stata tanto fisica come in questo libro: la strenua cura prestata al corpo materno è il modo che ha il figlio per restare in sé mentre tutto intorno perde di significato. Malato di cinema, Mattia vede tutto in un’ottica cinematografica: le scene dei film più amati si sovrappongono alle scene della vita; uno dei  terrori è quello di restare orfano della visione della madre. A tratti scopertamente morboso (le fantasie sul chirurgo che sega il cranio; la scena in cui lui nudo si offre alla vista della madre morente; la preparazione del cadavere con tailleur nuovo e carta telefonica in tasca), L’invenzione della madre è un libro di formazione anomalo e conturbante. Le domande da rivolgere al suo autore non mi mancano.   

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