sabato 28 febbraio 2015

a ognuno la sua emergenza

sabato travagliato dalle parti nostre. Il marito è dalle sette di mattina ininterrottamente al telefono per problemi di lavoro (ieri sera è tornato a casa alle undici e domani ha un volo per Barcellona e poi uno per gli Stati Uniti; ha una grana enorme qui e deve risolverla prima della partenza). Il figlio è stato invitato a una festa di diciotto anni e pretendeva che gli comprassimo un vestito: giacca e pantaloni, un vestito da uomo, il suo primo vestito. Noi ci siamo ritratti inorriditi; lui non si è perso d'animo, ha raggranellato i risparmi dalla cassaforte, è uscito con un amico, e per centocinquanta euro ha trovato un vestito blu a via Nazionale. È andato dalla nonna a farsi fare l'orlo; la cravatta la prende dal padre; sulle scarpe è ancora indeciso. La mia emergenza è una cena per dodici stasera: dovevamo festeggiare con un giorno di anticipo i cinquantun anni del marito, pensavo che avremmo fatto insieme il menù e la spesa, mi sono ritrovata a gestire tutto da sola. Chissà che problemi avrà la figlia che torna dalla vacanza ad Amsterdam nel pomeriggio.

venerdì 27 febbraio 2015

da Mario Fortunato

l'appuntamento per l'intervista con Mario Fortunato era alle tre e mezza da lui. Sono arrivata in anticipo e cinque minuti prima ho citofonato. Un magnifico palazzetto in pieno centro, tre piani di scale a piedi. Entro in casa sua, ci salutiamo, accendo la telecamera e vedo comparire una scritta inquietante: modalità immagine fissa. Provo a spegnere ed accendere (so fare solo questo con la telecamera) e non succede nulla. Tocco i tasti a caso, ma non cambia nulla. Provo a dirgli che non funziona, che devo tornare a casa a farla vedere a mio figlio, lui mi dice che deve andare dal dottore e quindi non posso tornare dopo. Mi viene l'idea di chiamare mio marito (sempre capace di risolvere a distanza i miei problemi con la tecnologia), ma proprio prima di arrivare da Fortunato il mio cellulare si era bloccato. A questo punto comincio a sudare dall'imbarazzo, non so come uscirne. Lui tira fuori il suo telefono e me lo porge. E se il marito è in riunione e non risponde e se mi manda al diavolo? Invece risponde e risponde bene: mi suggerisce di spostare la rotellina della telecamera da modalità foto a modalità ripresa e finalmente posso partire. Con Mario Fortunato, dopo le due interviste su Evelyn Waugh e Jaan Kross, abbiamo parlato del premio Strega, delle difficoltà della vita in campagna, dell'attrazione che esercita l'Isis sui giovani e della crudeltà che dilaga. Dal più totale imbarazzo a una quasi familiarità.

fiori per te

questa foto, contravvenendo alla consuetudine per cui le fotografie che posto sono di Livio Cimorelli, è mia. L'ho scattata stamattina, avendo avuto la possibilità di vedere in anteprima la mostra di Giorgio Morandi che si può visitare al Vittoriano di Roma fino a giugno. Ho scoperto alla mostra che Morandi usava regalare alle sorelle ai compleanni non dei semplici mazzi di fiori, ma dei quadri con fiori. Ne ha dipinti tanti e sono per lo più sparsi in varie collezioni private. Siccome non ho avuto la fortuna di avere un fratello come Morandi, né di ereditare uno suoi meravigliosi quadri (non so se di lui mi commuovono più le bottiglie o i fiori), il regalo me lo faccio da sola.

giovedì 26 febbraio 2015

La congiura


hanno tutti un finale tragico e spiazzante i tre racconti dello scrittore estone Jaan Kross raccolti sotto il titolo La congiura e pubblicati in italiano da Iperborea nella traduzione di Giorgio Pieretto. Il tono generale di questi racconti non è tragico, bensì ironico, autoironico. Il protagonista è sempre Peeter Mirk, alter ego dell’autore, studente di legge alle prese con i rovesci della Storia. Nel primo, La ferita, Peeter racconta una storia d’amore vissuta tra i diciannove e i vent’anni: Flora è la sorella di un suo compagno di studi, si amano, si lasciano senza neppure dirselo, si rincontrano e provano entrambi un grande struggimento; lei, che ha origini tedesche, sta per rimpatriare in Germania in piena tempesta nazista, lui vorrebbe fermarla e alla fine ci riesce ma in modo opposto a come avrebbe desiderato. Anche negli altri due racconti Peeter ha nobili impulsi e  comportamenti vili. Sono due storie di prigionia (l’autore ha subito la repressione tedesca e poi quella sovietica) in cui si mettono in luce da un lato la dinamica tra i reclusi, il misto di paure, invidie e complicità che si scatenano dentro una cella affollata, e dall’altro i pensieri di un prigioniero lasciato in solitudine. Ci riveliamo sempre peggio di come dovremmo essere, questo sembra dire nella sua malinconica  e lucidissima prosa Jaan Kross.

da Amsterdam

la figlia è partita martedì mattina con la sua amica Giorgia per Amsterdam. È molto contenta della casa che hanno preso in affitto da una loro coetanea (è piena di libri e di dvd) ed è molto desiderosa di  mie direttive (che museo mi consigli?). Com'è cambiata mia figlia; ieri mi ha persino scritto, potresti anche telefonarmi.

Vizio di forma

anteprima di Vizio di forma al Maxxi di Roma. Un tipo giovane, alto e magro, con un microfono attacca a parlare della tribù dei paulthoamsandersoniani e di quella dei pynchoniani (riferendosi al regista e allo scrittore dal cui libro è stato tratto il film). Si rammarica perché Anderson non ha vinto mai un Oscar e Pynchon mai il Nobel, ma trova che questo sia un bel punto di contatto tra i due. Usa abbondantemente la parola empatia e i suoi derivati, empatizzare, empatico. Poi dice che il film è lungo e che dobbiamo rinunciare a cercare di seguirne la trama; se dio vuole, se ne va. Di Vizio di forma avevo visto il trailer: di gran lunga la cosa migliore del film. Joaquin Phoenix tutto peli (irriconoscibile rispetto al Commodo del Gladiatore, ma molto sexy anche in versione scimmiesca), è la caricatura dell’investigatore privato hippy strafatto di droga. Ha una ex fidanzata che lo va a trovare per chiedergli di aiutare il suo ricchissimo amante che la moglie vuol fare internare in manicomio. Fin qui si capisce qualcosa, poi più nulla. Entrano in scena altri personaggi: un poliziotto che succhia ostentamente gelati dalla forma allungata, un avvocato con i pantaloni troppo corti, un’asiatica dedita al sesso lesbico, una procuratrice perbenino che va a letto con l’investigatore, dei tipi dell’fbi, uno con una svastica in faccia… Dopo due ore e mezza di dialoghi sbiascicati e di confusi incontri, lui rivede lei, il film è finito e alzarsi dalla poltrona è un enorme sollievo. Di non essere pynchoniana (con buona pace della mia amica Antonella che sperava in una conversione last minute) l’ho sempre saputo. Ora so di non essere neppure paulthomasandersoniana.      

mercoledì 25 febbraio 2015

Via Ripetta 55

“Nessuno si pensava da solo”: raccontando la sua vita tra il 1968 e il 1977, in Via Ripetta 155 (Giunti), Clara Sereni insiste sulla dimensione del “noi”: “la nostalgia è sempre soltanto per quel ‘noi’, spentosi via via e divenuto ora isolamento, ognun per sé e nessun Dio per tutti”. Il piccolo e disastrato appartamento al centro di Roma in cui Clara va a vivere a ventidue anni diventa polo di attrazione per i suoi amici, è “la casa di tutto il gruppo”. Il  libro ricostruisce in dettaglio il clima dell’epoca: tanta musica popolare (“cantavo, con un piacere del corpo che ancora mi manca”), tanto cinema (“un numero stratosferico di film”), tanta politica (“nessuno ci avrebbe regalato niente senza una lotta di tutti”), tanta distanza dai propri genitori  (“mio padre usava con me cultura e politica come muraglia e arma contundente”), tanto desiderio di indipendenza (“fra il lavoro per mangiare e quello per la casa, la sera crollavo”), tanta capacità di adattamento (“non mi importava del freddo, non mi importava della fame”), tanto sesso un po’ casuale (“tutti andavamo a letto con tutti, cercando affetto o amore o un antidoto alla solitudine o forse una briciola di potere”).  E le donne? Qual era il loro ruolo negli anni in cui si voleva cambiare il mondo? La Clara di oggi si sofferma a lungo su questo aspetto: descrive con ironia se stessa alle prese con un’anatra da spennare; con il padre e la sorella da accudire al posto della madre per un’emergenza di salute (e in quel periodo succede di tutto; dall’otite e varicella della ragazzina alla rottura dei vari elettrodomestici); con altre ragazze impegnata nel ruolo di “angelo del ciclostile”; e ,a proposito del suo impegno come dattilografa, nota, “il mio lavoro non aveva niente a che spartire con la mia vita, la coppia, il gruppo: serviva solo per tirare avanti, cosa di cui non era elegante parlare, il lavoro vero, non per soldi ma per valore, era quello di Stefano”. C’è un progressivo incupimento dell’atmosfera nel libro: si passa dalle grandi speranze del ’68 alle manifestazioni che finiscono in pestaggi nel  ’77. In quell’anno la casa in via Ripetta si chiude, Clara si trasferisce altrove con il suo compagno; loro non lo sanno ma è un’epoca che si sta chiudendo. Una storia personale raccontata senza falsi pudori che è anche un prezioso contributo alla memoria collettiva di questo paese. 

lunedì 23 febbraio 2015

perché non sono Rocco

sulla porta di casa, mentre sta scendendo a spostare il motorino, il figlio mi dice, perché non sono Rocco che ha cambiato la terza scuola in tre anni e ora è passato in un appartamento in cui ci sono diverse classi insieme, si entra alle dieci e si esce a mezzogiorno? Ti sembra così bella questa scuola di Rocco, chiedo al figlio. Molto meglio della mia in cui si deve studiare, dice lui sospirando.

Panarea


Timbuktu

una gazzella corre nel deserto; a darle la caccia è una  jeep con uomini armati e dal volto coperto. Quegli stessi uomini nel corso del film getteranno nel panico la pacifica gente di Timbuktu. Il bellissimo film di  Abderrahmane Sissako racconta un crescendo di intimidazioni e violenze su uno splendido scenario naturale. All’inizio gli uomini della jihad sembrano portatori di un fanatismo blando: si aggirano tra le case di fango delle piccola comunità del Mali per lanciare, attraverso  megafoni, i loro divieti (niente sigarette, niente musica, niente calcio, obbligo di girare con mani e piedi coperti per le donne), ma sembrano non fare troppo sul serio, e c’è chi, come la giovane pescivendola, obietta con ragioni pratiche alle loro norme insensate. Poco lontano dal paese, sotto una tenda, un allevatore di mucche si gode un ozio beato tra moglie e figlia; la donna è inquieta, i vicini sono partiti, i guerriglieri le ronzano intorno quando il marito si allontana, ma lui è sereno, passerà anche questa. L’imam del posto prova a far ragionare i capi: non è questo clima di terrore che raccomanda il Corano. I ragazzi del villaggio giocano una partita di calcio senza palla: puoi soffocare tutto tranne l’immaginazione. Poi tutto precipita: l’allevatore lotta con un pescatore che gli ha abbattuto una mucca e lo uccide; non può aspettarsi un equo verdetto dal tribunale istituito dai guerriglieri. Mentre questo dramma segue il suo corso, una coppia viene seppellita nella sabbia e finita a colpi di pietra sulla testa, una giovane frustata perché ha cantato. I responsabili di queste nefandezze sono uomini che si nascondono per fumare e confiscano le donne  come fossero oggetti; i loro complici giovani sbandati e impauriti. Il medioevo di ritorno illustrato da Sissako fa rabbrividire. E’ alle nostre porte.

domenica 22 febbraio 2015

sabato 21 febbraio 2015

occhi asciutti e occhi bagnati

non cedo mai alle lusinghe dei figli che scaricano i film appena usciti sui loro computer, ma oggi la figlia era così abbattuta che, quando mi ha chiesto di guardare Still Alice con lei, ho detto subito di sì. Julianne Moore è straordinaria nei panni di Alice, una linguista cinquantenne a cui cade addosso il mondo il giorno in cui scopre di avere una forma precoce ed ereditaria di Alzheimer. Il film, abbastanza prevedibile nel suo svolgimento (ma è molto ben delineata la reazione del marito, un torpido Alec Baldwin), in più di un'occasione ha rischiato di inondarmi di lacrime. Per fortuna ci pensava la connessione internet a interrompere ogni tanto la nostra visione e a raffreddare le mie emozioni. La mia vicina di poltrona, al contrario, di lacrime non ne ha versata una. Cuore di pietra.

Mi chiamavano piccolo fallimento


“Noi ebrei sovietici siamo stati invitati alla festa sbagliata. E poi eravamo troppo spaventati per andarcene. Perché non sapevamo chi eravamo. Con questo libro sto cercando di dire chi eravamo”: a pag.230 di Mi chiamavano piccolo fallimento Gary Shteyngart sintentizza la sua autobiografia (tradotta da Katia Bagnoli per Guanda). Nato a Leningrado nel 1972 nella Casa della Nascita Otto da una mamma mezza ebrea che insegna pianoforte e da un padre ingegnere meccanico, Gary soffre di una terribile asma per i primi tredici anni della sua vita. Quando i genitori ottengono il permesso di emigrare negli Stati Uniti, non lo rivelano al figlio per paura che tutto salti. Il viaggio verso la libertà è lungo, avventuroso e straziante (restano in patria una zia e una nonna malata di Alzheimer): una lunga tappa a Roma spalanca un mondo davanti al ragazzino (in Italia gli ebrei americani li riempiono di soldi e i tre si concedono ampie gite turistiche). Ma è l’arrivo in America nel 1979 a segnare per sempre la vita di Gary tra difficoltà ad ambientarsi, scuole ebraiche, parenti invadenti. Protagonisti indiscussi del romanzo di Shteyntegart sono i suoi genitori e il trattamento che riservano al figlio: il padre lo umilia di continuo perché non è prestante come lui e se può lo schiaffeggia, la madre, quando è arrabbiata, gli infligge la cura del silenzio; in pratica entrambi sfogano su di lui la frustrazione di essere in un paese straniero in cui i loro talenti sono mortificati. Per emanciparsi Gary dovrà buttarsi sulla scrittura e da adulto affrontare quattro sedute di psicoanalisi a settimana. Affresco storico oltre che familiare, Mi chiamavano piccolo fallimento risente del tentativo del suo autore di rendere umoristica ogni singola frase.

venerdì 20 febbraio 2015

la speranza del riscatto

oggi la figlia ha fatto l'esame di informatica. Di tempo per prepararsi ce n'era pochissimo, ma aveva voglia di riscattarsi dal fallimento in economia aziendale. Ci ha provato. Per passare bisognava azzeccare 30 risposte su 40; lei ne ha fatte giuste 27. Peccato. Questo tentativo era un segreto tra noi; voleva stupire il padre con il suo successo. Si è fidata di me e io sono stata capace di non spifferare nulla. Un lato positivo c'è in questa storia, anche se non è finita come ci auguravamo.

Le radici del mare

"Le barche bianche dei pescatori erano l’immagine stessa dei nostri sogni: quando uscivano facendo voti davanti all’alba e quando al tramonto tornavano sazie oppure meste tranciando l’acqua di metallo azzurro" in Le radici del mare, Leonardo Guzzo, al suo esordio narrativo per Pequod ha la felice idea di costruire una serie di racconti intorno all’universo marino, generatore di infinite metafore sull’esistenza umana. Spostandosi tra varie latitudini e uomini di mare diversi, dal pescatore irlandese che va a caccia di mostri al nobile spagnolo ridotto al ruolo di rematore monco dopo la battaglia di Lepanto, dal nostromo che naviga sul fiume africano al farista che salva un capodoglio, Guzzo descrive un’umanità inquieta alla caccia di un ideale pronto a mutarsi nel suo spaventoso rovescio. La lingua si piega al tentativo di rendere le sensazioni: l’odore il colore il sapore del mare contano come le straordinarie visioni che questo fornisce. Un esordio prezioso con due difetti: la tendenza all’astrazione (non a caso le storie più belle sono quelle con personaggi più definiti e ascendenze letterarie meno esplicite) e un curioso abuso di puntini di sospensione nell'intenso racconto che dà il titolo alla raccolta ("ci eravamo innamorati di quel nome molto tempo prima…", "ci guardammo perplessi e pensammo a uno scherzo…", "Il potere contagioso della noncuranza…", "adesso riportava la sua magra fortuna…": quanto ci avrebbero guadagnato queste frasi a venir chiuse da un bel punto fermo?).

La tentazione di essere felici

leggere La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone (Longanesi) mi ha suscitato emozioni contrastanti. Da una parte ho avuto la sensazione di avere davanti un libro furbo: prima persona colloquiale con più di una concessione alla volgarità, personaggio di vecchio scafato che ne ha passate tante e che si permette di dire la sua sul mondo senza  filtri, tema della famiglia e delle amicizie condominiali che s’incrocia con quello del femminicidio; dall’altra mi ha stupito la verità del romanzo, la quantità di particolari che sembravano presi di peso dalla mia esperienza (sarà che mio padre è cresciuto negli stessi ambienti del Cesare Annunziata descritto da Marone e condivide molti dei suoi pregi e difetti?). Cesare Annunziata dunque:  settantasette anni vissuti con ottimismo ma con la sensazione finale di aver buttato al cesso la propria vita; figlio gay di cui lo irrita il mancato outing, il profumo che usa, gli sculettamenti (“perché se ti piace l’uccello devi muoverti e gesticolare come un deficiente?”); figlia preferita che secondo lui ha sbagliato tutto (studi, lavoro, marito); lista molto lunga di donne desiderate con una propensione per le tre avute solo platonicamente; moglie morta che riaffiora nei discorsi e nei pensieri; ultima amante Rossana, infermiera-prostituta di buon carattere; vicina gattara e vicino solitario strapazzati e aiutati; e infine nuova inquilina del palazzo, Emma, giovane, bella e infelicissima perché in balia di un marito violento.  Marone è spiazzante: pensi che ti stia raccontando la favoletta del vecchio che si redime dai suoi pregiudizi e scopre il gusto di rendere felice gli altri e zac assisti  a una tragedia in diretta; ti irriti per la lingua che ti pare sciatta (‘adulti e vaccinati’ è un’espressione che dovrebbe essere bandita per sempre dalla letteratura, ma che dire di ‘non ha peli sulla lingua’, ‘sudare sette camicie’,’ una domanda da un milione di punti’?) e scopri frasi a effetto come questa “la rabbia per l’organismo è come le feci: un residuo che deve essere espulso. Io per mia figlia sono un ottimo lassativo”. E l’elenco finale dei mi piace di Cesare? Facile liquidarli come una furbata da social network, li leggi e ti ritrovi turbata come quando gli angeli sopra Berlino elencavano i motivi per cui vale la pena sporcarsi con l’esistenza. Com’è difficile giudicare i libri, quasi come giudicare le persone.       

giovedì 19 febbraio 2015

Whiplash

Whiplash mette in scena uno scontro all’ultimo sangue (in senso letterale visto che il simbolo del film potrebbe essere la batteria coperta del sangue che esce dalle mani dell’allievo) tra un diciannovenne, Andrew, e il suo direttore d’orchestra, il temutissimo Fletcher dalla testa pelata e le scarpe nere lucide. In realtà se Fletcher è un maniaco che coltiva il sogno di scoprire il futuro Charlie Parker e per farlo non esita a insultare i suoi musicisti, a svelare in pubblico i dettagli della loro vita privata, a schiaffeggiarli e a tirare loro sedie,  Andrew è altrettanto psicopatico: non ha un amico, né lo cerca, lascia preventivamente la ragazza carina che ha appena rimorchiato per paura che interferisca con i suoi studi musicali, finisce con la macchina sotto un camion mentre corre a un concerto, si rialza e va a suonare tutto rotto e insanguinato. Whiplash racconta i drammi che si nascondono dietro l’affermazione di un talento: il sacrificio di sé, l’odio per i propri rivali, l’azzeramento della vita sociale, l’asservimento a criteri sadici di allenamento. Il regista Damien Chazelle ha trent’anni; c’è chi ha gridato al capolavoro, chi ha detto che il suo film ha più a che fare con i cartoni giapponesi che con il jazz. Io ho trovato insopportabili tutti e due i protagonisti.

Mentre sullo schermo Fletcher (un bravissimo J.K Simmons) insultava Andrew per migliorare la sua performance alla batteria, io mi distraevo rivedendo l’immagine di me stessa tredicenne con gli sci d’acqua ai piedi. Calabria, anni settanta: su un piccolo gommone mio zio mi vomitava da lontano insulti di ogni tipo perché imparassi a non buttarmi indietro con il sedere e a bilanciare il peso per poter stare in piedi appesa alla corda. Quella volta ha funzionato: so fare lo sci d’acqua. E’ stato bello trovare qualcuno che s’impegnasse tanto per tirare fuori le mie doti sportive; da allora però non mi sono più lasciata insultare, né ho più compiuto imprese al di là della mia portata.    

Ugolino a Cremona


mercoledì 18 febbraio 2015

Ritorno a Brideshead

Evelyn Waugh era fino a ieri un grande buco nella mia cultura narrativa; pur amando incondizionatamente la letteratura inglese questo autore non l’avevo mai incontrato. Approfittando della pubblicazione presso Bompiani del suo romanzo Ritorno a Brideshead (traduzione di Ottavio Fatica, introduzione di Mario Fortunato), ho cominciato a colmare la lacuna. Ritorno, uscito nel 1945, è un grande romanzo, che ha influenzato tanti libri successivi con al centro famiglie ricche e perverse con ascendenze nobiliari (mi sono subito venuti in mente due esempi, I Melrose di Saint Aubyn e Il cardellino di Tartt). Il protagonista e io narrante è Charlie Ryder, che si ritrova durante la guerra come capitano del suo battaglione a Brideshead, la villa dove ha passato momenti molto intensi della sua vita. Per Charlie Brideshead vuol dire la famiglia di Sebastian e di Julia: due fratelli di cui è stato innamorato da giovane. Sebastian l’ha conosciuto a Oxford: hanno condiviso i primi anni universitari e le prime folli bevute che emancipano Charlie da un’infanzia infelice e sottomessa (“Mi pare che diventassi ogni giorno più giovane con ogni abitudine da adulto che acquistavo”); Julia balza in primo piano più tardi, quando sono entrambi infelicemente sposati, e si ritrovano per caso sulla nave che li riporta dall’America all’Inghilterra. Per Charlie, orfano di madre e con un padre orribile (quando il ragazzo va al college il genitore gli dà un unico consiglio relativo all’uso del cilindro, quando torna a casa per l’estate senza un soldo lo invita a rivolgersi agli strozzini), i Flyte e la loro dimora rappresentano un mondo dorato, anche se ne individua subito tutte le contraddizioni. Di fronte all’alcolismo che divora Sebastian, la cattolicissima madre istaura in casa un regime falsamente protettivo e alla fine sceglie la soluzione di mandarlo all’estero per non averlo sotto gli occhi; Julia, che vuole sposarsi giovane e scappare dalla famiglia, incappa in Rex, un arrampicatore sociale canadese; il figlio maggiore è una specie di sepolcro imbiancato (e finirà preda di una vedova con tre figli che lo conquisterà con i piaceri della carne); la figlia minore, Cordelia, è un piccolo elfo che osserva tutto e assorbe tutti i contrasti. Oltre alla satira dell’aristocrazia britannica, l’altro tema portante del libro è la religione cattolica e i condizionamenti che è in grado di mettere in opera; molti dei personaggi ne sono travolti. Sono pronta per Tutti i racconti di Waugh.

L'Oriana

metti un regista bravo, Marco Turco, capace di fare un grande lavoro nella miniserie su Basaglia; due sceneggiatori di fama come Rulli e Petraglia; una casa di produzione valida, la Fandango; un personaggio forte e controverso come Oriana Fallaci: come minimo ti aspetti un prodotto di qualità. E invece L’Oriana in due puntate andata in onda su rai uno lunedì e martedì mi è parsa agiografica e didascalica (e a tratti anche un po’ ridicola). Non mi è piaciuta la parrucca grigia sulla testa di Vittoria Puccini e non mi è piaciuta Vittoria Puccini alle prese con un personaggio aspro totalmente lontano dalle sue corde; non mi è piaciuta una delle scene iniziali in cui l’Oriana ragazzina con le trecce prende appunti su un taccuino di fronte a dei partigiani impiccati (ecco l’eccesso didascalico di cui sopra); non mi è piaciuta la scena in cui l’Oriana adulta affronta un signore indiano che sta per sposarsi e gli dice che non deve ripudiare sua moglie se non gli darà dei figli (il tipo avrebbe avuto il diritto di farla internare). Troppo vasto l’arco temporale (non era meglio concentrarsi su un aspetto della sua vita?), troppo mite Vinicio Marchionni nell’interpretazione dell’eroe greco Panagoulis descritto da Oriana nel suo romanzone Un uomo. Una fiction che ci consegna un ritrattino sbiadito (e per una volta c’erano anche i mezzi, sono andati a girare fino in Vietnam) senza mai sfiorare né lo spirito della giornalista né quello dell’epoca in cui ha vissuto.

Io di Oriana Fallaci ricordo soprattutto Lettera a un bambino mai nato, letto tutto in una sera a sedici anni a casa di una famiglia a cui facevo da babysitter e l'impressione enorme che mi fece. Poi ebbi in regalo a un compleanno Un uomo, ma ero più grande e tutto quell'amore e tutte quelle torture mi lasciarono più fredda.  

martedì 17 febbraio 2015

consolare l'afflitta

era dall'incidente in macchinetta che non vedevo la figlia così abbattuta. Oggi ha fatto lo scritto di economia aziendale e si è scontrata con esercizi che le sono parsi astrusi. Ha impapocchiato delle soluzioni, ma teme la bocciatura o un voto talmente basso da non poter essere accettato. Le ho detto, vatti a fare un giro al dams, segui una lezione di cinema, se vuoi cambiare, cambia. Si è offesa, mi ha risposto che vuole riprovarci, che ha capito che deve studiare di più. L'ho trovata stesa a letto, ha saltato il pranzo. Mi ha chiesto le lasagne al pesto, gliel'ho fatte. Riuscirà il suo amato pesto a sconfiggere il fantasma della contabilità?

domenica 15 febbraio 2015

Gemma Bovery


Martin, un signore di mezza età che ha le fattezze stralunate di Fabrice Luchini, vive con moglie e figlio in Normandia. Ha lasciato un insoddisfacente lavoro editoriale per tornare a fare il fornaio come suo padre. La routine domestica, con la moglie che brontola in negozio e il figlio sedicenne che va male a scuola, non corrisponde ai suoi sogni. Ma un giorno la villa accanto alla loro viene occupata da una giovane coppia: sono inglesi, lei (Gemma Arterton già vista in Tamara Drew) si chiama Gemma Bovery, lui Charlie; lei è molto bella e molto inquieta. Incontrarla a spasso con il cane o insegnarle a pronunciare i nomi dei pani francesi è il massimo per Martin. Gemma però conosce uno studente dai capelli ricci, discendente dei nobili del posto, e nel giro di poco finisce tra le sue braccia. Martin non si dà pace: già vede la bella Gemma stecchita per l’arsenico che ha comprato per i topi. Per salvare l’amica non esita a scrivere una lettera, ricopiandola dalle pagine del suo romanzo preferito. La regista Anne Fontaine, già autrice dell’intenso Two Mothers tratto da Doris Lessing, sa come si gioca con la letteratura e come la troppa letteratura nuoccia gravemente alla salute; trasforma la tragedia di Emma in una divertente commedia degli equivoci (fantastico il finale in cui c’è la riscossa del figlio di Martin). La sceneggiatura è tratta dai graphic novel dell'inglese Posy Simmonds (come il Tamara Drew di Stephen Frears).

il viaggio misterioso

è atterrato all'alba e ha passato la giornata in ufficio, come se niente fosse. La notte ha fatto un bel sonno, alla faccia del fuso orario. Dell'Argentina ci ha raccontato pochissimo e di Buenos Aires ci ha fatto vedere le foto scaricate da un sito. Ai ragazzi ha portato una maglietta e una felpa che avrebbe potuto comprare ovunque. Ma è di ottimo umore, gentile, affettuoso. Che m'importa dov'è andato e che ha fatto? Dovunque sia stato, ci dovrebbe andare più spesso.

Selma


è un bel film, sobrio e forte, Selma, della regista quarantaduenne Ava DuVernay. Per raccontare Martin Luther King, DuVernay sceglie un momento particolare della sua biografia: la marcia del 1965 a Selma in Alabama per protestare contro il muro di difficoltà che impediva ai neri di esercitare il diritto di voto garantito dalla Costituzione. Il Luther King di questo film è un uomo stanco di scrivere discorsi ispirati, angosciato dalla violenza che si scatena intorno a lui e dalle vittime che la sua lotta lascia sul terreno. La moglie Coretta non ne può più della “nebbia di morte” che li circonda; è stata felice di ritirare con lui il Nobel per la pace a Stoccolma, ma sarebbe ancora più felice di vivere in un paese qualunque, godersi i quattro figli e il marito senza timori e notorietà. Altro protagonista di questa storia è il presidente Johnson, un omone pieno di dubbi, che implora Martin Luther King di posticipare i suoi obiettivi, che maledice la stampa, sempre pronta a documentare quello che fa il reverendo. La scena della marcia che si articola in tre tempi (primo tentativo finito nel sangue; secondo, troncato dallo stesso Martin Luther King; terzo, finalmente riuscito) è molto efficace. Puntare l'obiettivo  sull’America degli anni sessanta, il suo razzismo violento ed estremista che andava dai proprietari agricoli dell’Alabama ai vertici dell’FBI serve, eccome se serve.