venerdì 6 febbraio 2015

Animali domestici

è la stessa Letizia Muratori a definire il genere in cui s’iscrive il suo ultimo romanzo uscito da Adelphi, Animali domestici (cosi come il precedente Come se niente fosse): “falso autobiografico” . C’è una protagonista che fa la scrittrice, si chiama Letizia, è nata e cresciuta ai Parioli; c’è la sua famiglia attratta dai legami morbosi (la nonna se la fa apertamente con il marito della sua amica, lei con il padre della sua amica); ci sono ricordi di scuola, atmosfere degli anni ottanta, lavori saltuari, ambienti pseudoartistici, droga e altri goffi e dolorosi tentativi di fuga. Tutto appare molto vero e molto falso insieme; domina il registro grottesco. Sono squallidi gli ambienti (si parte dalla mirabile descrizione dell’appartamento milanese del grande giornalista Edi Sereni che colleziona wafer e salatini di Trenitalia, oltre che boccette di shampoo degli alberghi, e si arriva ai tanto mitizzati Monti Parioli, dove non si riesce a fare un passo senza pestare una cacca di cane) , squallidi i personaggi (su tutti  il talent scout editoriale Tullio, un fanatico che ama mettersi “al servizio del libro” assoggettando gli scrittori e imponendo loro strani rituali), squallide le dinamiche interpersonali  (Sereni, preoccupato per la figlia animalista, fa in modo che la Finanza faccia irruzione a casa sua e così finisce di devastarla). A se stessa Letizia attribuisce “l’infingardaggine pavida e mesta di un animale domestico”; nessuno si salva. La dispotica pulitrice eritrea sogna un avvenire migliore per figlia e nipote: quell’avvenire non ci sarà. Autobiografico o no, Animali domestici ritrae con tragica e umoristica evidenza la piccolezza del momento presente.  

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