sabato 21 febbraio 2015

Mi chiamavano piccolo fallimento


“Noi ebrei sovietici siamo stati invitati alla festa sbagliata. E poi eravamo troppo spaventati per andarcene. Perché non sapevamo chi eravamo. Con questo libro sto cercando di dire chi eravamo”: a pag.230 di Mi chiamavano piccolo fallimento Gary Shteyngart sintentizza la sua autobiografia (tradotta da Katia Bagnoli per Guanda). Nato a Leningrado nel 1972 nella Casa della Nascita Otto da una mamma mezza ebrea che insegna pianoforte e da un padre ingegnere meccanico, Gary soffre di una terribile asma per i primi tredici anni della sua vita. Quando i genitori ottengono il permesso di emigrare negli Stati Uniti, non lo rivelano al figlio per paura che tutto salti. Il viaggio verso la libertà è lungo, avventuroso e straziante (restano in patria una zia e una nonna malata di Alzheimer): una lunga tappa a Roma spalanca un mondo davanti al ragazzino (in Italia gli ebrei americani li riempiono di soldi e i tre si concedono ampie gite turistiche). Ma è l’arrivo in America nel 1979 a segnare per sempre la vita di Gary tra difficoltà ad ambientarsi, scuole ebraiche, parenti invadenti. Protagonisti indiscussi del romanzo di Shteyntegart sono i suoi genitori e il trattamento che riservano al figlio: il padre lo umilia di continuo perché non è prestante come lui e se può lo schiaffeggia, la madre, quando è arrabbiata, gli infligge la cura del silenzio; in pratica entrambi sfogano su di lui la frustrazione di essere in un paese straniero in cui i loro talenti sono mortificati. Per emanciparsi Gary dovrà buttarsi sulla scrittura e da adulto affrontare quattro sedute di psicoanalisi a settimana. Affresco storico oltre che familiare, Mi chiamavano piccolo fallimento risente del tentativo del suo autore di rendere umoristica ogni singola frase.

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