domenica 15 febbraio 2015

Selma


è un bel film, sobrio e forte, Selma, della regista quarantaduenne Ava DuVernay. Per raccontare Martin Luther King, DuVernay sceglie un momento particolare della sua biografia: la marcia del 1965 a Selma in Alabama per protestare contro il muro di difficoltà che impediva ai neri di esercitare il diritto di voto garantito dalla Costituzione. Il Luther King di questo film è un uomo stanco di scrivere discorsi ispirati, angosciato dalla violenza che si scatena intorno a lui e dalle vittime che la sua lotta lascia sul terreno. La moglie Coretta non ne può più della “nebbia di morte” che li circonda; è stata felice di ritirare con lui il Nobel per la pace a Stoccolma, ma sarebbe ancora più felice di vivere in un paese qualunque, godersi i quattro figli e il marito senza timori e notorietà. Altro protagonista di questa storia è il presidente Johnson, un omone pieno di dubbi, che implora Martin Luther King di posticipare i suoi obiettivi, che maledice la stampa, sempre pronta a documentare quello che fa il reverendo. La scena della marcia che si articola in tre tempi (primo tentativo finito nel sangue; secondo, troncato dallo stesso Martin Luther King; terzo, finalmente riuscito) è molto efficace. Puntare l'obiettivo  sull’America degli anni sessanta, il suo razzismo violento ed estremista che andava dai proprietari agricoli dell’Alabama ai vertici dell’FBI serve, eccome se serve.

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