lunedì 23 febbraio 2015

Timbuktu

una gazzella corre nel deserto; a darle la caccia è una  jeep con uomini armati e dal volto coperto. Quegli stessi uomini nel corso del film getteranno nel panico la pacifica gente di Timbuktu. Il bellissimo film di  Abderrahmane Sissako racconta un crescendo di intimidazioni e violenze su uno splendido scenario naturale. All’inizio gli uomini della jihad sembrano portatori di un fanatismo blando: si aggirano tra le case di fango delle piccola comunità del Mali per lanciare, attraverso  megafoni, i loro divieti (niente sigarette, niente musica, niente calcio, obbligo di girare con mani e piedi coperti per le donne), ma sembrano non fare troppo sul serio, e c’è chi, come la giovane pescivendola, obietta con ragioni pratiche alle loro norme insensate. Poco lontano dal paese, sotto una tenda, un allevatore di mucche si gode un ozio beato tra moglie e figlia; la donna è inquieta, i vicini sono partiti, i guerriglieri le ronzano intorno quando il marito si allontana, ma lui è sereno, passerà anche questa. L’imam del posto prova a far ragionare i capi: non è questo clima di terrore che raccomanda il Corano. I ragazzi del villaggio giocano una partita di calcio senza palla: puoi soffocare tutto tranne l’immaginazione. Poi tutto precipita: l’allevatore lotta con un pescatore che gli ha abbattuto una mucca e lo uccide; non può aspettarsi un equo verdetto dal tribunale istituito dai guerriglieri. Mentre questo dramma segue il suo corso, una coppia viene seppellita nella sabbia e finita a colpi di pietra sulla testa, una giovane frustata perché ha cantato. I responsabili di queste nefandezze sono uomini che si nascondono per fumare e confiscano le donne  come fossero oggetti; i loro complici giovani sbandati e impauriti. Il medioevo di ritorno illustrato da Sissako fa rabbrividire. E’ alle nostre porte.

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