giovedì 26 febbraio 2015

Vizio di forma

anteprima di Vizio di forma al Maxxi di Roma. Un tipo giovane, alto e magro, con un microfono attacca a parlare della tribù dei paulthoamsandersoniani e di quella dei pynchoniani (riferendosi al regista e allo scrittore dal cui libro è stato tratto il film). Si rammarica perché Anderson non ha vinto mai un Oscar e Pynchon mai il Nobel, ma trova che questo sia un bel punto di contatto tra i due. Usa abbondantemente la parola empatia e i suoi derivati, empatizzare, empatico. Poi dice che il film è lungo e che dobbiamo rinunciare a cercare di seguirne la trama; se dio vuole, se ne va. Di Vizio di forma avevo visto il trailer: di gran lunga la cosa migliore del film. Joaquin Phoenix tutto peli (irriconoscibile rispetto al Commodo del Gladiatore, ma molto sexy anche in versione scimmiesca), è la caricatura dell’investigatore privato hippy strafatto di droga. Ha una ex fidanzata che lo va a trovare per chiedergli di aiutare il suo ricchissimo amante che la moglie vuol fare internare in manicomio. Fin qui si capisce qualcosa, poi più nulla. Entrano in scena altri personaggi: un poliziotto che succhia ostentamente gelati dalla forma allungata, un avvocato con i pantaloni troppo corti, un’asiatica dedita al sesso lesbico, una procuratrice perbenino che va a letto con l’investigatore, dei tipi dell’fbi, uno con una svastica in faccia… Dopo due ore e mezza di dialoghi sbiascicati e di confusi incontri, lui rivede lei, il film è finito e alzarsi dalla poltrona è un enorme sollievo. Di non essere pynchoniana (con buona pace della mia amica Antonella che sperava in una conversione last minute) l’ho sempre saputo. Ora so di non essere neppure paulthomasandersoniana.      

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