giovedì 19 febbraio 2015

Whiplash

Whiplash mette in scena uno scontro all’ultimo sangue (in senso letterale visto che il simbolo del film potrebbe essere la batteria coperta del sangue che esce dalle mani dell’allievo) tra un diciannovenne, Andrew, e il suo direttore d’orchestra, il temutissimo Fletcher dalla testa pelata e le scarpe nere lucide. In realtà se Fletcher è un maniaco che coltiva il sogno di scoprire il futuro Charlie Parker e per farlo non esita a insultare i suoi musicisti, a svelare in pubblico i dettagli della loro vita privata, a schiaffeggiarli e a tirare loro sedie,  Andrew è altrettanto psicopatico: non ha un amico, né lo cerca, lascia preventivamente la ragazza carina che ha appena rimorchiato per paura che interferisca con i suoi studi musicali, finisce con la macchina sotto un camion mentre corre a un concerto, si rialza e va a suonare tutto rotto e insanguinato. Whiplash racconta i drammi che si nascondono dietro l’affermazione di un talento: il sacrificio di sé, l’odio per i propri rivali, l’azzeramento della vita sociale, l’asservimento a criteri sadici di allenamento. Il regista Damien Chazelle ha trent’anni; c’è chi ha gridato al capolavoro, chi ha detto che il suo film ha più a che fare con i cartoni giapponesi che con il jazz. Io ho trovato insopportabili tutti e due i protagonisti.

Mentre sullo schermo Fletcher (un bravissimo J.K Simmons) insultava Andrew per migliorare la sua performance alla batteria, io mi distraevo rivedendo l’immagine di me stessa tredicenne con gli sci d’acqua ai piedi. Calabria, anni settanta: su un piccolo gommone mio zio mi vomitava da lontano insulti di ogni tipo perché imparassi a non buttarmi indietro con il sedere e a bilanciare il peso per poter stare in piedi appesa alla corda. Quella volta ha funzionato: so fare lo sci d’acqua. E’ stato bello trovare qualcuno che s’impegnasse tanto per tirare fuori le mie doti sportive; da allora però non mi sono più lasciata insultare, né ho più compiuto imprese al di là della mia portata.    

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