giovedì 30 aprile 2015

gli americani, gli ostaggi e Scandal

tra le serie americane che più mi appassionano c'è Scandal. Me l'ha fatta scoprire Pietro; la prima e la seconda serie le ho seguite integralmente, mi sono persa la terza, della quarta, in onda il venerdì sera su Fox Life, seguo puntata dopo puntata. Per chi non sapesse di che si tratta, la protagonista Olivia Pope, è una bellissima e intelligentissima signora nera che ha fatto ogni sforzo per far eleggere il presidente degli Stati Uniti ed ha allacciato con lui una lunga e travagliata storia d'amore. Nella quarta serie a un certo punto, il perfido vicepresidente fa rapire Olivia per ricattare il suo capo; la cosa gli sfugge di mano perché, quando i rapitori si accorgono di quanto il presidente tenga all'ostaggio, indicono un'asta on line per venderla al migliore offerente (cioè al peggior nemico degli Stati Uniti). Perché vi racconto tutto questo? Perché mentre il presidente innamorato è disposto a tutto per riavere Olivia (anche a scatenare una guerra insensata e cruenta), la Cia, a sua insaputa, si appresta ad uccidere la donna rapita con un drone. Shonda Rhimes, la geniale creatrice di Scandal (oltre che delle Regole del delitto perfetto e di Grey's Anatomy) ha immaginato questa storia un bel po' di tempo fa. Olivia si salva grazie a un vecchio amico che sta con i Ceceni e quando il presidente si precipita da lei, lo caccia furiosa: non doveva cedere al ricatto, non si perdono tante vite per una sola. Così la pensano gli americani. Noi l'abbiamo pensato solo nel caso di Aldo Moro. Ma quella è tutt'un'altra storia.

mercoledì 29 aprile 2015

l'uso improprio del blog

il blog è pubblico e quindi chi lo legge ne fa l'uso che gli pare. L'unico uso che mi pare improprio e mi innervosisce è quello di chi mi conosce e vuole sapere cosa penso di lui/di lei. Non sono un tipo riservato, impenetrabile, se uno vuole sapere cosa penso, basta che me lo chieda (a volte non è necessario neppure questo, mi capita spesso di dispensare pareri non richiesti). Estrapolare una riga da un post e costruirci sopra un atteggiamento risentito mi pare altamente scorretto. Qui sul mio blog non contano tanto i fatti, ma il modo di raccontarli. O almeno questo è il mio intento; ogni tanto ho la prova del fallimento di questo intento.

martedì 28 aprile 2015

i guanti in forno

E. è il proprietario della società di montaggio in cui lavoriamo. La società si trova in un elegante palazzo di Prati ma è in evidente declino: ci sono montagne di vecchie cassette ovunque, nessuno pulisce, le macchine spesso vanno riavviate, i montatori sono chiamati solo quando lui vince un appalto. E., che è altissimo e magrissimo e si è rotto da poco un piede in moto, viene spesso a farsi un giro in saletta, si siede, e con la sua voce leggermente gracchiante ci racconta i fatti suoi. Oggi ci ha raccontato che sua madre, ieri, avendolo visto tornare a casa inzuppato dalla pioggia, ha pensato bene di mettere i suoi guanti da moto in forno perché si asciugassero, con l'effetto che si sono tutti rinsecchiti. Tua madre vive con te? Gli ho chiesto. Sono io che vivo con lei, ha detto lui sconsolato, e pensare che ero andato via di casa a diciassette anni, a quarantacinque ci sono dovuto tornare. Ti sei separato, ho continuato io che non vedo l'ora di farmi i fatti degli altri. Mi hanno separato, mia moglie mi ha cacciato di casa, mia madre mi fa impazzire, parla solo di mangiare, ogni tanto riesco ad andare al cinema con mia figlia, quando lei ne ha voglia. Dopo averci aperto uno squarcio sulle sue difficoltà, E. si alza e se ne va, dopo averci rivolto il suo sorriso sghembo. E sembra il personaggio di un fumetto, un fumetto triste.

lunedì 27 aprile 2015

Sarà il mio tipo?


all’inizio del film di Lucas Belvaux credi di aver capito tutto: lui, Clément, professore parigino di filosofia al liceo, autore di ponderosi saggi sull’amore e sciupafemmine nel tempo libero è il carnefice, lei, Jennifer, parrucchiera bionda di Arras, è la vittima. I due s’incontrano nel negozio in cui lei taglia i capelli; lei è così carina, così sorridente, che lui torna a trovarla, la corteggia, riesce a portarsela a letto. Jennifer, dopo un matrimonio finito e un figlio da allevare, sogna il principe azzurro. È molto rozza intellettualmente, ma intelligente; intuisce che quel parigino con il naso all’insù e il vizio di leggerle ad alta voce dopo aver fatto l’amore, non è fatto per lei: solo, vuole crederci lo stesso. Ogni tanto però si dispera: gli dice, t’interessa solo il sesso con me e siccome lui non la smentisce lo caccia di casa. Pian piano ti accorgi che non è lui il problema; sì, gli capita di comportarsi come un imbecille, non la presenta a una collega infatuata della sua scrittura, ma Clément tiene davvero a Jennifer. Il problema sono i desideri di lei che non coincidono con quelli di lui; lui se ne fa una ragione perché non crede alla felicità assoluta ma solo a quella relativa, lei no, perché forse ha letto troppi romanzi rosa, troppe riviste sulla fantasmagorica vita dei divi del cinema. Sarà il mio tipo?, era il tipico film che avrei dovuto vedere con Antonella, magari non le sarebbe piaciuto, ma ne avremo discusso. Sabato ho provato ad andarci con il marito che, al contrario di me, odia i film francesi (erano finiti i posti, siamo finiti a vedere un altro film francese, Samba, e per poco non mi strozzava), stasera ci ho portato la figlia, e una ventenne smaliziata come lei non ha apprezzato né l’intellettualone pieno di sé, né la sognatrice testarda.

domenica 26 aprile 2015

Senza paura


Flavio Pagano l’ho conosciuto due anni fa, quando l’ho intervistato su Perdutamente, il romanzo in cui raccontava l’Alzheimer di sua madre. Intervistato si fa per dire, Pagano è un tipo vulcanico che davanti alla telecamera non ha bisogno di domande, parla e basta. Ora Pagano, sempre per Giunti, ha scritto Senza paura, ispirato alla storia di Ciro Esposito, il giovane tifoso napoletano ucciso nel maggio scorso nei pressi dello stadio Olimpico di Roma prima della finale di Coppa Italia. Al posto di Ciro, Pagano mette Bruno, un ragazzo che ha un tormentato rapporto con il padre Antonio, tifoso sfegatato del Napoli, e sceglie come narratore il nonno di Bruno, un ex arbritro. Pagano è molto bravo a ricostruire la follia di Antonio, che al lavoro di rappresentante e alla famiglia antepone la passione sfrenata per la squadra, un po’ meno convincente nel delineare il personaggio di Bruno, orfano di madre, timido, sensibile, con fidanzata calciatrice. Antonio tiene Bruno lontano dagli stadi e Bruno soffre di questa esclusione; i due si troveranno insieme a Roma il giorno degli scontri prima della partita e questa giornata sarà fatale al ragazzo. Al Pagano che fa riconciliare in un lungo dialogo in ambulanza padre e figlio morente, preferisco il Pagano che ricostruisce il clima di quella giornata, le responsabilità della polizia e quelle della mafia associata ai facinorosi romanisti. Pagano sa scrivere, ma andrebbe un po’ arginato; d’altra parte chi sa arginare i vulcani?

Samba


vuoi raccontare in modo umoristico l’incontro amoroso tra un senegalese che si arrabatta a Parigi senza permesso di soggiorno e una dirigente francese che non sopporta più la pressione a cui la sottopone il suo lavoro? Costruisci una sceneggiatura ricca di battute e di ritmo e lascia perdere ogni verosimiglianza. È un po’ quello che avevano fatto i due registi Eric Toledano, Olivier Nakache nel loro fortunato film Quasi amici, lavorando sull’attrazione tra gli opposti. In Samba, che ripropone come protagonista l’attore nero Omar Sy, il gioco non funziona perché il film è da una parte più ambizioso (ha la pretesa di raccontare le condizioni inumane in cui è costretto a vivere il protagonista, sempre in fuga dalla polizia) e dall’altra più diluito (ci sono parecchi momenti di noia, nonostante l’apporto di Tahar Rahim, che veste i panni di un immigrato arabo che si finge brasiliano per attirarsi la simpatia di chi lo circonda). Peccato, Charlotte Gainsbourg è piena di fascino, e questo ruolo di donna stressata, che s’invaghisce a prima vista di un omone in difficoltà, le sta stretto.

sabato 25 aprile 2015

diciassette


che quel ragazzone dagli occhi tra il verde e il marrone, l’aria dolce, l’atteggiamento spavaldo, i modi bruschi, che incrocio al mattino con un cappello di lana in testa per lisciarsi i capelli prima di indossare il casco e salire sul motorino, sia il neonato che diciassette anni fa mi hanno messo sul collo, piccolo e rosso, fatico a crederlo. Mi sembrava uno stupido luogo comune la frase, crescono in fretta, e invece è così, è passato in un balzo da bambino a uomo e vicino a lui mi sento piccola, non solo per un problema di altezza. Ci discuto, mi provoca, gli urlo dietro; mi sono sempre fidata di lui, non ha mai tradito questa fiducia; a volte mi pare maturo nei giudizi e nelle valutazioni, altre volte terribilmente infantile nei sogni e nelle aspirazioni. Alle sette mi sono svegliata e gli ho fatto la torta caprese. A pranzo lo festeggiamo insieme al nonno e a Virginia; stasera va per i fatti suoi. Si è fissato con l’Australia, è convinto che si troverà così bene lì questa estate che ci chiederà di restare a finire il liceo nel paese vicino Brisbane.  Spero che non sia deluso e insieme voglio che torni prima ancora che sia partito.

giovedì 23 aprile 2015

Isola grande Isola piccola


i racconti raccolti da Francesca Marciano in italiano sotto il titolo Isola grande, isola piccola hanno una proprietà speciale: cominci a leggerli e ti attirano dentro un vortice, non puoi staccarti dalle pagine finché non hai percorso insieme alla protagonista (sono per lo più storie di donne forti e cosmopolite ad essere messe in scena) quel determinato tratto di strada. Il filo conduttore del libro sono gli incontri che cambiano il corso delle nostre vite, incontri spesso amorosi, sottoposti, come ogni altro aspetto dell’esistenza alla legge della casualità. E poi c’è la riflessione sul tempo, su come ci cambia, ma soprattutto su come non ci cambia, su come restiamo ancorati alle nostre passioni giovanili che siano state scatenate da un ragazzo, da un vestito, da una città. Molto bello il racconto iniziale “L’altra lingua” che vede un padre partire per una vacanza in Grecia poco dopo la morte della moglie per distrarre i tre figli: un racconto di formazione e iniziazione sessuale scabro ed efficace; ma altrettanto bella è la storia dell’abito di Chanel comprato per i David di Donatello e mai indossato, e quella della vedova scozzese in Kenya che capisce che la sua gente ormai è la gente del posto. È solo sulla lingua che ho qualche perplessità: la vorrei più curata, più lontana dal gergo giornalistico. Francesca Marciano scrive a volte in italiano, a volte in inglese. Questo libro, che si chiamava in originale The Other Language come il primo racconto, l’ha tradotto per Bompiani Tiziana Lo Porto.