sabato 25 aprile 2015

diciassette


che quel ragazzone dagli occhi tra il verde e il marrone, l’aria dolce, l’atteggiamento spavaldo, i modi bruschi, che incrocio al mattino con un cappello di lana in testa per lisciarsi i capelli prima di indossare il casco e salire sul motorino, sia il neonato che diciassette anni fa mi hanno messo sul collo, piccolo e rosso, fatico a crederlo. Mi sembrava uno stupido luogo comune la frase, crescono in fretta, e invece è così, è passato in un balzo da bambino a uomo e vicino a lui mi sento piccola, non solo per un problema di altezza. Ci discuto, mi provoca, gli urlo dietro; mi sono sempre fidata di lui, non ha mai tradito questa fiducia; a volte mi pare maturo nei giudizi e nelle valutazioni, altre volte terribilmente infantile nei sogni e nelle aspirazioni. Alle sette mi sono svegliata e gli ho fatto la torta caprese. A pranzo lo festeggiamo insieme al nonno e a Virginia; stasera va per i fatti suoi. Si è fissato con l’Australia, è convinto che si troverà così bene lì questa estate che ci chiederà di restare a finire il liceo nel paese vicino Brisbane.  Spero che non sia deluso e insieme voglio che torni prima ancora che sia partito.

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