sabato 18 aprile 2015

Mia madre


nel film di Nanni Moretti, Mia madre, ci sono momenti di assoluta verità: quando ti sforzi di portare a tua madre ricoverata in ospedale qualcosa di buono da mangiare come se da questo dipendesse la sua guarigione o la sua felicità; quando ti accorgi che lei non ha più neppure la forza di andare in bagno, e questo ti sembra inaccettabile per entrambe; quando le dici che tornerà a casa dall’ospedale, e lei che non vedeva l’ora di uscire, si sente troppo stanca e capisce che tutto è perduto; quando vedi tuo figlio fare il suo primo giro in motorino e muori di preoccupazione e ti accorgi di quanto è grande. Raccontando il proprio dolore, la propria inadeguatezza di figlio e di padre, Nanni Moretti, come è suo costume, racconta il dolore e l’inadeguatezza di un’intera generazione. Poi c’è lui: la testardaggine con cui si oppone all’idea che la madre stia morendo, la fatica a credere nel proprio lavoro nel momento in cui i pensieri sono da tutt’altra parte, la difficoltà a entrare in rapporto con gli altri e lo stupore di fronte a chi glielo fa notare. È bello che a fare Nanni Moretti sia Margherita Buy, che restituisce grande intensità al suo personaggio di regista nevrotica, ed è bello che Nanni Moretti sia invece il fratello che tutti vorremmo avere vicino in un momento difficile: pacato, amoroso, attento, sensibile. Giulia Lazzarini è La Madre Malata, con tutta la dolcezza e la disperazione che richiede il suo ruolo; John Turturro stempera la commozione crescente dello spettatore, interpretando un assurdo divo americano che cerca sempre di stare al centro dell’attenzione. Non vedevo l’ora di vederlo e l’ho trovato all’altezza delle mie aspettative.

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