lunedì 6 aprile 2015

Riparare i viventi


nel romanzo Riparare i viventi (traduzione di Maria Baiocchi e Alessia Piovanello, Feltrinelli) la scrittrice francese Maylis de Kerangal sceglie la chiave epica per affrontare il tema della morte di un giovane surfista e del trapianto dei suoi organi. Comincia descrivendo l’impresa del dicianovenne Simon e due suoi amici: alzarsi nel cuore della notte per correre in uno scassato pulmino sulla spiaggia di Le Havre a cogliere le onde. L’incidente non avviene in mare ma per strada, al ritorno, quando Chris s’addormenta o non vede la curva e il pulmino sbatte contro un palo, uccidendo Simon che non ha la cintura. Kerangal allarga lo sguardo, mantenendo il tono alto, evocativo anche quando descrive le minuzie della vita quotidiana: spazia dalla giovane addetta al reparto rianimazione che ha appena avuto un focoso incontro sessuale con un tipo inaffidabile, agli hobby (il canto, il cardellino) di Thomas Rémige, l’infermiere che gestisce la procedura dei trapianti d’organo, si sposta sulla reazione della mamma di Simon alla notizia dell’incidente (la sua corsa all’ospedale e poi l’incontro con il marito, la straziante decisione dei due di consentire il trapianto), plana quindi su Claire, la traduttrice cinquantenne in attesa di un cuore nuovo, ci presenta Virgilio, il cardiochirurgo friulano, concentrato sull’espianto di cuore quanto sulla partita Italia-Francia, dà spazio alle manie di Harfang, il rampollo di una schiatta di medici illustri, bravissimo a operare e a costringere chi collabora con lui a seguirlo nel tempo libero in estenuanti gare di bicicletta. In questo libro ho sentito un grosso sfoggio di oratoria, la volontà di essere all’altezza della materia narrata con attenzione maniacale ai dettagli anche tecnici; quello che mi è mancato è stato il coinvolgimento: questa folla di personaggi, tutti plausibili, tutti ben calati nei loro ruoli, sono rimasti per me dei burattini ben manovrati; non basta un teatro allestito con cura per mettere in scena la chanson de roland.

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