domenica 5 aprile 2015

Vita in famiglia


a Delhi c’è una famiglia indiana come tante, padre contabile, madre insegnante, due figli maschi. I genitori vogliono il massimo per i propri figli e decidono di trasferirsi negli Stati Uniti. Ajay, il più piccolo, oscilla tra il piacere di essere invidiato dai compagni e la tristezza di lasciare tutto ciò a cui è abituato. I primi tempi per lui a New York sono parecchio duri, ha difficoltà con l’inglese e si sente discriminato; al contrario il fratello Birju si ambienta subito e diventa uno dei più bravi della scuola. Akhil Sharma racconta in prima persona il traumatico passaggio di Ajay dalla gelosia per il fratello maggiore alla disperazione per l’incidente che questo subisce. Un giorno d’estate Birju va in piscina: fa un tuffo, picchia con la testa sul fondo e resta per tre minuti senza conoscenza. Non si riprenderà più: andrà curato, nutrito, lavato, terrà gli occhi aperti, ma non comunicherà con il mondo esterno. Da quel momento tutto cambia nella famiglia di Ajay. Vita in famiglia descrive in maniera lucida e impietosa la formazione di Ajay: la sua ricerca di metodi di sopravvivenza al dolore proprio e a quello dei genitori (la madre si attacca al figlio malato, vivendo in sua funzione e ospitando in casa tutti i santoni disponibili; il padre si dà all’alcol, creando scandalo nella comunità indiano-americana). Ajay-Akhil (la storia è in parte autobiografica, l’autore ha scelto la forma romanzo per non essere tenuto a rispettare un ordine preciso di fatti) si accorge che ogni sua scelta (andare bene o male a scuola, avere una ragazza oppure no, persino leggere un libro) è condizionata dalla presenza di Birju immobile nel letto. Stringerà i denti, s’impegnerà moltissimo (in questo è rivelatore il suo atteggiamento verso la letteratura: prima legge i saggi su Hemingway per capire come mai è diventato famoso e poi i romanzi per capirne i segreti). Alla fine ce la farà a essere ammesso a Princeton, a lasciare casa sua, a laurearsi e a guadagnare tanti soldi da mandare ai genitori, ma resterà un uomo ferito, incapace di rapportarsi agli altri senza infingimenti. Un libro sofferto e bellissimo, una storia privata che tocca chiunque. Tradotto da Anna Nadotti per Einaudi.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Oh ma qualcosa di allegro mai? Non dovevi andare al mare per rasserenarti?

volevoesserejomarch ha detto...

a intristirmi in genere sono i libri brutti, non quelli belli...

Anonimo ha detto...

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