domenica 10 maggio 2015

Forza maggiore


non ho mai amato la settimana bianca, la montagna innevata acuisce la mia ansia, ogni volta che salgo su una seggiovia penso che il seggiolino si possa staccare, in funivia mi vedo nel burrone, gli scarponi ai piedi mi sembrano strumenti diabolici. Ne ho fatte di settimane bianche quando ero piccola con i miei genitori e quando sono cresciuta con i miei figli, per non privarli di questa esperienza. Non poteva esserci per me scenario più adatto delle Alpi francesi per raccontare le nevrosi di una coppia di genitori, che si ritrovano con i loro bambini per cinque giorni di sci. L’elemento scatenante di Forza maggiore è un accenno di valanga il secondo giorno di vacanza. La famigliola sta gustando il pranzo in un rifugio: Tomas, il padre, prima minimizza, poi fugge, mentre Ebba, la madre, si butta sotto un tavolo con i due figli. È un attimo, sembra una catastrofe, e dopo un’imbiancata sono tutti di nuovo seduti a mangiare. Ma Ebba non riesce a togliersi dagli occhi l’immagine del marito in fuga e approfitta della presenza di estranei per rinvangare l’episodio. Il problema non è il comportamento di Tomas, il problema è che lui si ostina a negare il proprio egoismo e la propria vigliaccheria, e quando finalmente ammette i suoi torti si mette a piangere come una fontana e si autodenuncia anche per infedeltà e altre debolezze. Una bellissima fotografia, interpreti molto efficaci (anche i due bambini con gli occhi spalancati sulle reazioni dei grandi), la capacità di alternare dramma e umorismo (in sala si rideva parecchio e stranamente a ridere nervosamente erano soprattutto uomini: loro sicuramente avrebbero reagito in modo più virile agli eventi…): il regista svedese Ruben Östlund costruisce un intenso spaccato delle dinamiche familiari. Peccato per i finali e i controfinali, i quattro avrei preferito lasciarli uno impilato sull’altro nel salotto del residence, invece che alle prese con la nebbia e poi con un autista ubriaco. 

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