martedì 12 maggio 2015

I fratelli Friedland

“Anni dopo, erano adulti da un pezzo e ciascuno invischiato nella propria infelicità, nessuno dei figli di Arthur Friedland ricordava più chi, quel pomeriggio, avesse avuto l’idea di andare dall’ipnotizzatore”: nell’incipit dei Fratelli Friedland di Daniel Kehlmann si annuncia il tema principale del libro, l’infelicità vischiosa che connota nella maturità i tre protagonisti, in contraddizione con le aspettative che avevano da ragazzi . E’ un romanzo filosofico I fratelli Friedland, genere che non rientra tra i miei preferiti, ma pur trovandolo a tratti schematico e troppo cerebrale nella descrizione dei personaggi, ne ho apprezzato lo humour e la tessitura della trama. Si parte dunque da un padre, Arthur, che fa lo scrittore a tempo perso e che porta Martin, il figlio di primo letto, e Eric e Ivan, i due gemelli avuti dall’attuale moglie ad assistere allo spettacolo di un ipnotizzatore.  Mentre  pensiamo che sarà il sensibile Ivan a uscire traumatizzato dai trucchi del mago, a sorpresa è lo scettico Arthur a uscire cambiato da quell’incontro: il tizio gli ordina sotto ipnosi di darsi da fare nella vita “costi quello che costi” e in effetti Arthur sparisce e rispunta molto tempo dopo ormai divenuto uno scrittore di successo (ma ancora del tutto irrisolto e pieno di dubbi). Il titolo originale del libro era F, F  come il protagonista di Il mio nome sia nessuno, il best seller di Arthur che induce vari lettori al suicidio, F come il fato che capricciosamente dispone delle esistenze degli individui. Nello sviluppo del romanzo Kehlmann si diverte a tracciare il ritratto di tre uomini vittime delle loro stesse menzogne: vent’anni dopo l’abbandono paradossale del padre Martin è un prete che finge una fede che non ha mai trovato; Eric ha perso i soldi dei suoi clienti e cerca di nascondere come può il proprio fallimento; Ivan che doveva diventare un pittore, vende i suoi quadri sotto falso nome perché l’artista a cui li attribuisce ha un buon mercato. Verità, doveri: se ne può fare a meno? Kehlmann lancia un tema dopo l’altro e sfiora diversi  generi letterari (nel capitolo “Famiglia” ricostruisce l’albero genealogico di Arthur attraverso brevi racconti che irridono alla saga familiare), eppure è raccontando le sensazioni di una bambina, Marie, che trova i suoi accenti più sinceri. Tradotto da Claudio Groff per Feltrinelli. Kehlmann ha quarant'anni, è austriaco, ha studiato filosofia. Lo incontro lunedì al Goethe Institut. Sono molto curiosa.  

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