mercoledì 20 maggio 2015

La scatola del signor Hulford

si  sogna molto nel romanzo La scatola del signor Hulford, pubblicato dal Saggiatore, ma più che di sogni si tratta di incubi, di fantasmi del passato che tornano a infestare le notti dei sopravvissuti. Gli scenari di questo libro sono l’Iraq devastato del dopo Saddam e l’America dei reduci: da una parte la guerra combattuta giorno per giorno senza più alcuna regola, dall’altra l’impossibilità del ritorno alla vita normale. Ognuno dei protagonista porta nel corpo o nell’animo una ferita lacerante: Farid ha perso un fratello in Iraq, Shaimà è stata violentata, un commilitone di Tim si è suicidato. Quello che Giogio Taschini racconta al suo esordio letterario è un mondo imploso, in cui la violenza  non si può più confinare in un luogo e in un tempo lontani da noi. Colpiscono per contrasto nel libro i rari momenti di tranquillità, un dialogo tra padre e figlio, la solidarietà tra due donne, la gentilezza del proprietario di un piccolo motel. La scrittura di Taschini ha una grande capacità evocativa, sa dare rilievo ai personaggi e alle situazioni; a risultare un po’ faticosa è l’architettura del romanzo, l’intreccio tra storie diverse. (Giorgio Taschini lavora come me alla Dear, spesso lo incontro in entrata o in uscita: immaginarlo di sera e di notte alle prese con la materia incandescente di questo racconto non mi riesce facile.)    

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