martedì 19 maggio 2015

lost in translation al Goethe Institut

non amo le interviste con l'interprete; qualunque sia la lingua dell'intervistato, se posso, ci parlo in inglese. Ieri al Goethe Institut è arrivata una traduttrice simultanea molto brava e non ho potuto evitare di utilizzarla nel dialogo con Daniel Lehmann. Il tedesco l'ho studiato tanti anni fa, non lo parlo ma un po' lo capisco, l'argomento era il suo libro, quindi sapevo di che cosa stava parlando. Il problema è stato che io formulavo domande molto brevi e lo scrittore se le rivoltava a suo piacimento. Per esempio gli ho chiesto perché avesse messo al centro del suo romanzo tre uomini infelici, incastrati dalle loro stesse bugie, e lui si è dilungato sul perché avesse scelto tre uomini e non ci fosse una donna tra i protagonisti (ma che domanda del cavolo gli avrei fatto?). Poi gli ho chiesto di Arthur, l'enigmatico romanziere che abbandona i suoi familiari per dedicarsi ai suoi libri e lui è partito a disquisire sul fatto che quando uno scrittore mette in scena un tizio che fa il suo mestiere tutti pensano che stia raffigurando se stesso. Insomma la mia impressione è che, schermato dalla sua lingua e dal passaggio della traduttrice, Lehmann mi abbia risposto nello stesso modo obliquo e canzonatorio in cui scrive. Faccia d'angelo e spirito diabolico Lehmann.

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