martedì 26 maggio 2015

Sette anni di felicità

Sette anni di felicità è un libro di racconti, ma è anche la cronaca per frammenti letterari di sette anni della vita dell’autore che coincidono con i primi setti anni di vita di suo figlio. Il tema della paternità, molto in voga tra i narratori di oggi, prende una piega speciale nelle pagine di Etgar Keret: alle normali preoccupazioni di chi diventa genitore si aggiungono, e diventano dominanti, le angosce legate alla situazione israeliana.  Nel primo racconto, ambientato in ospedale, lo scrittore, mentre aspetta che la moglie partorisca, viene importunato da un tizio che vorrebbe da lui “un commento  originale” su  un attentato terroristico appena avvenuto. Quando finalmente il bambino viene alla luce, lo scrittore cerca di rassicurarlo, dicendogli che non c’è niente da piangere; quando lui sarà grande nel Medio Oriente sarà tutto a posto (il bambino non se la beve e continua a piangere disperato). Specularmente nell’ultimo racconto il figlio, che ha compiuto sette anni, si diverte un sacco a sdraiarsi per terra in mezzo alla strada, tra i due genitori, simulando un panino, e si preoccupa che un giorno non ci siano più allarmi che li costringano a fare questo bel gioco. Comico e drammatico convivono in un paese sempre sull’orlo della catastrofe e Keret registra un paradosso dietro l’altro (le mamme che al parco parlano di come far evitare il servizio militare ai figli di tre anni; i lavori idraulici in casa rimandati perché tanto forse ci sarà un attacco da parte dell’Iran; la scortesia diffusa con i televenditori perché tutti pensano  di aver poco tempo da vivere e non lo vogliono sprecare).  L’autoritratto che emerge da Sette anni di felicità è molto divertente e impietoso: vediamo lo scrittore alle prese con tassisti bizzosi (i tassisti israeliani escono davvero male da questo libro); in palestra a fare yoga insieme a donne incintissime e ostacolate nei movimenti; intento a barcamenarsi tra impegni assurdi, presi perché gli apparivano lontani nel tempo; allibito di fronte al fratello che raccoglie la cacca del cane con il racconto che gli ha appena dato da leggere; perseguitato da incubi in cui, in fuga dalla sua patria, deve vendere hot dog in un paese straniero…  Ma la figura che rimane più impressa è quella del padre che decide di farsi operare, contro il volere dei medici, per un cancro alla lingua: ha 84 anni, è sopravvissuto alla persecuzione degli ebrei in Polonia stando rintanato in una buca, ama la vita e dice: “se la qualità è buona, magnifico, se no, pazienza. Non sono schizzinoso”. Il libro, uscito da Feltrinelli, è stato tradotto dall’inglese da Vincenzo Mantovani.  

Nessun commento: