domenica 24 maggio 2015

Youth


rispetto alla Grande bellezza, Youth offre allo spettatore un minimo di trama in più, ma a far da padrone in questo come nell’altro film è il gioco tra immagini e musica. Lo scenario prescelto è una montagna incantata in cui ricchi di ogni età passano da un massaggio a un fango da una passeggiata a uno spettacolo serale. In primo piano i corpi, nudi o vestiti, decrepiti, di sfolgorante bellezza o di tragica normalità (vedi l’enigmatico personaggio della prostituta triste). Nei lunghi duetti si affronta il tema della paternità, dell’amore, dell’arte e della vecchiaia; più delle parole contano le espressioni degli attori, le loro movenze. Ci sono delle cadute (nella donna Sorrentino vede soprattutto l’oggetto del desiderio): una furiosa Rachel Weisz lasciata dal marito per una bruttina “brava a letto” che si getta tra le braccia di un insulso alpinista; Jane Fonda tutta rughe che rivendica la sua carriera costruita soggiacendo alle voglie dei produttori. C’è il racconto ironico e sentito dell’amicizia tra un regista e un compositore (Harvey Keitel e Michael Caine) che hanno due modi opposti di interpretare la vecchiaia e che s’influenzano a vicenda. Come tutti i film di Sorrentino Youth mi affascina ma non mi commuove. Il mio preferito a Cannes resta Garrone.

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