martedì 30 giugno 2015

Gli anni

l’anno scorso era uscito per la casa editrice L’Orma Il posto di Annie Ernaux nella traduzione di Lorenzo Flabbi; ora la stessa casa editrice e lo stesso traduttore propongono un volume più corposo dell’autrice francese, che fa un’operazione speculare rispetto a quel libro: tanto lì veniva posta in primo piano la propria vicenda autobiografica, tanto qui si propone un”autobiografia impersonale”, un riepilogo di fatti e atmosfere dagli anni cinquanta del Novecento ai giorni nostri. Ernaux racconta soprattutto il passaggio dalla “scarsità”  (“degli oggetti, delle immagini, delle distrazioni, delle spiegazioni di sé e del mondo”) all’attuale sovrabbondanza attuale di merci e di comunicazioni. Lo spunto della sua narrazione sono vecchie fotografie: partendo dai ritratti di sé bambina in provincia e arrivando a quelli di matura signora che non sente l’età, Annie Ernaux ricostruisce la recente storia francese dal punto di vista di quei progressisti che non hanno mai smesso di credere in un mondo migliore (e che, velleitariamente, immaginano che tutte le rivolte e le rivoluzioni in giro per il mondo siano un po’ opera loro). Il noi della Ernaux mi ha ricordato quello di Clara Sereni di Via Ripetta 155, non a caso entrambe le scrittrici  sono nate negli anni quaranta, “hanno fatto il ‘68”; come Clara Sereni, Annie Ernaux insiste sul punto della libertà sessuale (da lei realizzata soprattutto in età matura, dopo il divorzio, con amanti più giovani). Gli anni è un libro ricco di informazioni, riflessioni, spunti critici ed è scritto benissimo, Il posto però, con il suo lancinante ritratto della bottega paterna, mi ha emozionato di più. 

lunedì 29 giugno 2015

questa pazza voglia di condivisione

proprio io, sempre pronta a descrivere ogni mia emozione sul blog e a documentare ogni mio momento felice su Facebook, non dovrei stupirmi del desiderio di condivisione che mi circonda. Eppure mi colpisce lo straripare di questo desiderio. Un esempio: l'insegnante di ginnastica crea un gruppo su whatsup. Nel caso lei abbia un impedimento, serve ad evitarci l'uscita di casa alle sette di mattina, o prima. Le allieve entusiaste si appropriano del gruppo. Prima lo usano per lamentarsi di dolori post allenamento, poi una inserisce una sua foto in ghingheri, un'altra la foto del piatto che sta per mangiarsi, un'altra ancora racconta gli esiti di una gara del figlio. Il problema è che a tutte le ore il telefono vibra stracolmo di commenti a queste esternazioni. Dai gruppi si può sempre uscire. Sarei tentata di farlo (quando sono al cinema, per esempio, sentire il telefono sussultare, mi agita parecchio: da una parte penso, sono quelle della ginnastica, dall'altra, è successo qualcosa di grave, mi stanno cercando). Se esco, perdo le comunicazioni sull'allenamento e faccio la figura della snob. Se non esco, mi stresso. Bei tempi quando non si condivideva.

domenica 28 giugno 2015

la capra sullo scoglio

appena arrivati in barca a Ponza, io e Paolo ci siamo messi a insistere perché Veronika venisse con noi a riva. Le proponevamo soluzioni diverse: il salvagente, il giubbotto, un passaggio in gommoncino. Lei, traumatizzata da due quasi annegamenti in passato e provata dal male alla spalla, non ne voleva sapere. Siccome è una persona gentile, invece di mandarci al diavolo, si è stressata a mille. A distrarre lei dai nostri attacchi in buona fede, noi dai nostri propositi insensati, è stata una capra. Una capretta giovane, che si era avventurata giù per gli scogli e fissava il mare sottostante con aria incupita. Ci siamo buttati a mare, l'abbiamo circondata. Il figlio e il suo amico Tommaso sono saliti sugli scogli dov'era lei e poi si sono tuffati dall'alto. Ma a risolvere la situazione è stato un uomo con maschera e tubo. È spuntato dal nulla, si è messo a fare gestacci alla capra. Poi si è arrampicato accanto a lei, l'ha presa in braccio e l'ha avviata per l'impervia salita. Lei ha lanciato dei gridi striduli; lui l'ha incoraggiata prima con gesti e poi tirandole pietre. La capra è sparita sulla parete rocciosa da cui era venuta. Lui è rimasto a controllare che non scendesse di nuovo, poi si è tuffato ed è scomparso anche lui. Ogni tanto l'uomo con maschera tubo e pietre in mano servirebbe anche a me. Io sono la capra.

sabato 27 giugno 2015

spari nella notte

a Sperlonga ieri sera si erano inventati la notte bianca. Avevano organizzato concerti e altri intrattenimenti; noi siamo andati a dormire verso le undici. Mi hanno svegliato una serie di spari. È arrivato l'Isis, dove sono i miei figli: ho creduto di essere a Roma, mi sono sentita perduta. Nervi un po' scossi. 

Tutto potrebbe andare molto peggio

in Canada, il suo penultimo libro, Richard Ford era tornato ai temi dei suoi magnifici racconti di formazione, alle sue storie di ragazzi che diventano uomini all'improvviso. In Tutto potrebbe andare molto peggio, tradotto ora da Vincenzo Mantovani per Feltrinelli, torna invece al suo personaggio chiave e alter ego Frank Bascombe, già protagonista della sua trilogia ormai lontana nel tempo. Frank  ha sessantotto anni, è in pensione, e le sue due attività principali consistono nel leggere alla radio romanzi ad alta voce per i ciechi e andare una volta a settimana ad accogliere i reduci dall'Iraq. In realtà ciò che fa Frank è prepararsi a morire. Lo fa nel modo vigile e insieme distaccato che gli è proprio, osservando il mondo intorno a sé e prendendo atto che sono sempre meno le persone di cui veramente gli importa. Il romanzo è scandito da quattro incontri, tutti diversi tra loro, tutti in varia misura spiacevoli. Un uragano ha devastato la costa e ne ha fatto le spese, tra l'altro, la villa che Frank aveva venduto otto anni prima a un tale, Arnie. Questo convoca Frank di fronte ai resti della casa distrutta per sfogarsi con lui della mala sorte, per farlo sentire in colpa, per abbracciarlo, per metterlo a disagio. C'è poi una gentile signora nera (le riflessioni sul razzismo degli americani, e sul suo opposto, il desiderio di mostrarsi antirazzisti a tutti i costi abbondano nel libro, come i riferimenti a Obama e alla sua impopolarità presso il rozzo americano medio) che si fa trovare davanti a casa di Frank (le case sono sempre molto importanti nella narrativa di Ford, e qui in particolare) e gli racconta di aver passato lì i suoi primi diciassette anni (la gentilezza del suo ospite la spingerà a raccontargli anche l'orrida storia familiare che si è svolta tra quelle mura). A chiudere gli incontri con l'ex moglie, Ann, ricoverata in una casa per anziani d'alto bordo, malata di Parkinson (e convinta che la colpa sia di Frank che "non l'ha amata abbastanza") e con Eddie, un amico perso di vista, che in punto di morte vorrebbe pulirsi la coscienza e confessare le sue colpe. È un bel libro, Tutto potrebbe andar peggio, come è bello tutto quello che esce dalla penna di Richard Ford, ma è un libro che rivela una grande stanchezza e che mi fa preoccupare per il suo autore.

venerdì 26 giugno 2015

I miei piccoli dispiaceri

"Lei voleva morire e io volevo che vivesse, eravamo due nemiche che si amavano", di questo parla I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, di due sorelle, legatissime tra loro, che si scontrano su un'unica cosa, il desiderio della maggiore di farla finita con la vita. Elfrida è bella, suona divinamente il pianoforte,  ha tutti gli uomini ai suoi piedi. Il problema è che non ha mai sviluppato "una tolleranza al mondo", per lei la realtà è "una tagliola arrugginita". Sua sorella Yolandi, l'io narrante, accorre ogni volta al suo capezzale, sia che Elf abbia inghiottito troppe pillole, sia che abbia cercato di morire di fame, sia che si sia tagliata le vene. Quando cominci a leggere questo libro, pensi, non ce la posso fare, trecento e passa pagine in compagnia di queste due matte, una che pensa solo al suicidio, l'altra che un po' cerca di impedirglielo, un po' studia su internet i modi per renderglielo più agevole (meglio le pasticche messicane o un costoso viaggio a Zurigo?). Poi entri nello spirito di Towes e ti pare tutto normale, o almeno credibile e accettabile in quanto fatto di vita: il padre delle ragazze che si è fatto tranciare la testa da un treno, posandola sulle rotaie, la cugina che si è affogata (esiste un gene del suicidio, si interroga Yolandi), la sorella esasperata che chiede, ma non puoi aspettare di morire come tutti gli altri? Il tempo del romanzo è ondivago: ci porta dal presente della clinica psichiatrica in cui viene ripetutamente ricoverata Elf al passato delle protagoniste in uno sperduto villaggio menonnita, in cui anche leggere era considerato un comportamento sospetto. Yolandi non si sente affatto la sorella "normale": si lamenta di aver avuto due figli da due uomini diversi, di infilarsi sempre in storie sbagliate; la salva la capacità di vedere il lato esilarante delle cose. È un libro che, mentre parla di morte, celebra gli affetti che rendono preziosa la vita, che riesce a finire bene pur raccontando un male da cui non si può scampare. Towes è canadese, I miei piccoli dispiaceri l'ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

il figlio anguilla

per colmare il senso di vuoto per la partenza del figlio avevo programmato una settimana al mare con lui. Da sette i giorni da passare insieme sono diventati quattro, poi si sono ridotti a tre. Ora sto prendendo il treno per Sperlonga da sola; lui verrà, forse, domani con la sorella e un amico. Sfugge peggio di un anguilla. Di intrappolarlo non ho né forza né voglia. Chissà se quando sarà in Australia gli verrà voglia di famiglia.

mercoledì 24 giugno 2015

la guerriglia vietnamita

mentre sto guidando per andare al lavoro, nella pausa pubblicitaria delle otto di mattina, passo da radiotre ai titoli del GR1. Sento un'insegnante, un insegnante, che alla manifestazione contro Renzi urla (testuali parole) "anche se fai passare la riforma, a settembre te famo una guerriglia vietnamita". La domanda è cosa insegna questo malparlante?

martedì 23 giugno 2015

È arrivata mia figlia!


le storie di servi e padroni hanno un grande fascino perché riproducono i meccanismi in atto in qualunque società o nucleo sociale. È arrivata mia figlia! il film della brasiliana Anna Muylaert si avvale di un’interprete d’eccezione, Regina Case, un’attrice capace di dar vita a un personaggio torpido e volenteroso, talmente calato nel suo ruolo di domestica da non scorgere i continui soprusi di cui è fatta oggetto. L’impareggiabile Val, cucina, pulisce, serve a tavola, coccola il giovane rampollo; si sente “quasi” di famiglia, e sua figlia non la vede da dieci anni. La figlia, Jessica, arriva a San Paolo per l’esame di ammissione all’università e rompe ogni equilibrio. È carina: piace subito a Carlos, il capofamiglia e a Fabinho, il figlio; e poi è colta, spigliata; senza complessi si siede a tavola con i padroni, s’insedia nella stanza degli ospiti, si tuffa persino in piscina. Jessica per la madre prova un misto di disprezzo, rancore e pietà e non la chiama mamma, ma Val come tutti. Il film parte bene, con le giuste asprezze, ma presto si perde: i ricchi sono delle caricature, madre e figlia sono pronte a gettarsi una nelle braccia dell’altra. Un’occasione persa, un talento sprecato.

con Matthew Thomas

Non siamo più noi mi è piaciuto molto; Matthew Thomas, il suo autore, se possibile, ancora di più. Sarà perché è al suo primo libro e gli ha fatto piacere incontrare una lettrice entusiasta, sarà perché era felice di stare a Roma, la nostra conversazione si è svolta sotto i migliori auspici. Eravamo sulla terrazza dell'Hotel Locarno, tra piante di ulivo, tetti, cupole. L'interprete, che è servita a fare la voice over nell'intervista, ha assistito divertita al nostro scambio di pareri, da Elena Ferrante a Jumpa Lahiri, da Richard Ford agli scrittori italiani. Mi sono lanciata nel mio inglese zoppicante e dove mi mancava la parola ci giravo intorno fino a farmi capire. Mi ha recitato il primo verso della Divina Commedia in italiano e in inglese, ha detto che vorrebbe imparare la nostra lingua. Al momento di salutarci mi ha dato di slancio due baci. Viva gli scrittori americani, viva Matthew Thomas.

le parole del chirurgo

il chirurgo c'incontra dopo aver operato. Ha ancora la mantellina verde e, contro la sua volontà, la bocca gli si spalanca in grandi sbadigli. Non si sottrae ai convenevoli iniziali, papà gli racconta di essere stato a Sperlonga, lui rievoca la pensione vicino al porto in cui sua figlia ha mosso i primi passi. Poi si parla dell'operazione, e non sorride più. Fa con la mano il gesto di tagliare e quello di ricucire, evoca anche gli scenari peggiori, parla di due giorni di rianimazione. Man mano che lui entra in dettagli, Virginia sbianca. Papà incassa il colpo, io e lui continuiamo a fare domande, meno resta non detto meglio è. L'intervento è fissato il trenta giugno. Dopo di noi c'è un altro padre con due figlie grandi e una pallida moglie. Sarà un luglio pesante; ne usciremo. Fuori dalla clinica, papà non sa se ridere o piangere. Lo lascio con Virginia e il loro carico di preoccupazioni.  A casa ho i figli tutti e due con la febbre, uno più lamentoso dell'altro.

lunedì 22 giugno 2015

dire tutto

parlare, parlare, parlare è una malattia di famiglia, della mia famiglia di origine. Il difetto peggiore di mia madre era l’eccesso di sincerità: non ti risparmiava niente, né quello che pensava di te, né quello che gli altri dicevano di te (e che spesso avresti voluto semplicemente ignorare). Lo stesso difetto ce l’ha mia sorella Maddalena, che ci aggiunge una punta di malizia: le piace dare fuoco alle polveri, innescare polemiche, scatenare conflitti. Mia figlia Giulia si sente trascurata da te. Io mi accorgo di non averci scambiato neppure una parola, presa dai miei pensieri. Mi fermo a chiacchierare del più e del meno con lei e Tessa. Giulia chiede a sua madre, hai detto qualcosa alla zia? Lei conferma e vanifica il clima positivo che si era instaurato tra noi.  E così via… Papà dice… Virginia ha detto… Pietà Maddalena, non è mai tardi per imparare a tacere. 

domenica 21 giugno 2015

Bande de filles (Diamante nero)


una partita di rugby femminile, l’esultanza per la vittoria, il ritorno al palazzone di periferia cercando di passare alla larga dai giovanastri sui muretti. Marieme è una sedicenne nera, con una faccia che esprime intelligenza e voglia di vivere. A casa la aspettano le due sorelle minori verso le quali prova affetto e tenerezza; ogni tanto compare un fratello grande e manesco; la madre fa le pulizie di notte. Il film di Céline Sciamma (l’autrice di Tomboy, anche quello bello e inusuale, capace di raccontare come pochi il disagio della preadolescenza) ci mostra la discesa agli inferi di Marieme nella periferia parigina: un’insegnante che parla fuori campo la esorta a seguire i corsi di recupero per non farsi bocciare, lei per tutta risposta abbandona la scuola; un gruppetto di bulle l’attira al suo interno; sfida il fratello mettendosi con un suo amico; picchia selvaggiamente la ragazza che ha battuto nella lotta la sua amica Lady; rifiuta il lavoro di pulitrice accanto alla madre; decide infine di spacciare per mantenersi. La bravura di Sciamma sta nel non giudicare la sua protagonista, nel preservarne l’innocenza pur mostrandone la devianza: Marieme sa che sta sbagliando, vorrebbe altro per sé, eppure non intravede via d’uscita. La complicità femminile, la sfrenatezza tra ragazze sono raccontate benissimo. Penalizzante il titolo italiano.

sabato 20 giugno 2015

Il Regno

“Non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l’abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge – non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo più, di saperne più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo. Scrivo questo libro per cercare di non essere troppo d’accordo con me stesso.” Questo non è l’unico brano de Il Regno (traduzione italiana di Francesco Bergamasco, Adelphi) in cui Emmanuel Carrère cerca di spiegare a sé e al lettore perché si è cimentato con una lunga riflessione sugli Atti degli Apostoli e sul Vangelo di Luca, che poi è diventata una sorta di biografia di Luca, medico e soprattutto narratore molto dotato (ogni libro di Carrère è, per sua stessa definizione, la biografia di qualcuno e soprattutto la propria). La prima parte del libro, quella in cui lo scrittore racconta la sua crisi mistica durata dal 1990 al 1993, è la più comica e tragica insieme: in difficoltà con il lavoro, in contrasto con la moglie, Carrère si convince di aver ricevuto il dono della fede, fa ogni giorno la comunione, sposa in chiesa la sua compagna, si dedica al commento del Vangelo di Giovanni e riempie interi quaderni di dotte annotazioni, senza per questo ritrovare la pace o sentirsi meglio. Gli passa, e i quaderni finiscono dentro degli scatoloni. Il Carrère di oggi, felice come una pasqua per i successi letterari e il solido rapporto con l’affascinante Hélène, non rinnega il Carrère tormentato, cerca di capirne le spinte più profonde e quindi ritorna al Vangelo. Anche nella seconda, terza e quarta parte, dedicate alla ricostruzione dei primi passi del cristianesimo dopo la morte di Gesù, non mancano i riferimenti autobiografici. Carrère è Carrère e passa con disinvoltura dall’esame del personaggio di Maria e delle sue raffigurazioni alla descrizione di un video porno su cui si è fissato e che guarda in continuazione mentre si è ritirato a scrivere in un’isola greca. Il libro è tutto un saltare dall’Antica Roma al mondo di oggi: i contrasti tra Paolo e Giacomo sono paragonati a quelli tra Stalin e Trockij; si avanza il sospetto che le spoglie di Gesù siano state sottratte dalle autorità per evitare che diventassero oggetto di culto come è stato fatto con quelle di Osama Bin Laden; il comportamento di Pilato con gli ebrei è paragonato a quello di Ariel Sharon con i palestinesi. La cosa buffa di questo volume, che è costato sette anni di lavoro al suo autore, è che mi ha ricordato i miei dubbi di tredicenne, quando, indecisa se credere o no in Dio, fantasticavo sulle parole che sentivo in Chiesa e al catechismo e mi dibattevo tra desiderio di fede e incredulità. Mi sembra che Carrère abbia scritto un libro molto dotto e insieme molto infantile e presuntuoso: ora vi spiego io le incredibili circostanze per cui un oscuro profeta che sarebbe volentieri rimasto tale è diventato il successo planetario che abbiamo sotto gli occhi (pensate che ci sono cascato anch’io che sono tanto intelligente). Regno o non regno, io continuo ad amare Carrère.

venerdì 19 giugno 2015

tre alla boa

con Maddalena ci siamo fatte coraggio avanzando nell'acqua fredda e poi siamo arrivate a nuoto fino alla boa. Quando abbiamo girato le spalle al largo, abbiamo visto un cappello beige avanzare in mare verso di noi: papà aveva deciso di rompere gli indugi e farsi la sua bella nuotata riagguantando le figlie. Ieri il dottore pare avergli detto che il referto istologico è meno brutto del previsto: tra tutti noi si è scatenata un'ondata di euforia, sulla cui fondatezza non vogliamo interrogarci fino a lunedì. Giardino, Carrère, ciliegie, mare, sole, venticello, silenzio. Fermati attimo.

giovedì 18 giugno 2015

perché ve ne andate

alla vigilia del week end che la figlia passerà in compagnia dei test di economia aziendale la informo che domani mattina partirò per il mare. E papà? Lui viene domani sera. Perché ve ne andate di nuovo? Musica per le mie orecchie: fino a ieri non aspettava altro.

con Nadia

Nadia scrive per adulti,  ragazzi, e bambini e legge tanto, con grande passione. E' la terza volta che la intervisto (la prima veramente non conta perché era via skype e le interviste via skype, che ora non faccio più, sono come parlarsi dalla terra alla luna) e ogni volta, finito di parlare del suo libro, ci sovrapponiamo in una conversazione convulsa sui romanzi che abbiamo letto. Nelle due ore che abbiamo passato insieme, ci siamo raccontate trame (più io che lei, devo averle fatto una testa così), abbiamo scherzato sui vezzi degli scrittori, abbiamo aperto squarci sulla nostra vita privata (più io che lei, la riservatezza non è il mio forte). Nadia è la mia candidata a un prossimo Strega, non importa se nel 2016 o nel 2020. E' brava e tosta e ci arriverà.

la cernita

l'ultima delle telefonate arrivate a Prima pagina stamattina era di una signora che si è definita cristiana. In quanto tale le stava molto a cuore la sorte dei profughi della sua stessa fede. La sua modesta proposta era che i conventi dove ci sono suore e preti che dormono comodi in stanze singole accogliessero i nigeriani (le famiglie nigeriane cattoliche, prima bisogna fare una cernita, ha detto proprio così, una cernita). Era cosciente che la stava sparando grossa, ha aggiunto, certo è brutto discriminare tra cristiani e non cristiani, è un po' come fa l'Isis, però... Il sottinteso era: a mali estremi, estremi rimedi. Mentre i barbari si preparano a conquistarci, noi ci diamo da fare per distruggere la nostra riserva di umanità.

mercoledì 17 giugno 2015

osteria a Camerota


con Daša

ci sono sono scrittori che ti intimoriscono a partire dalla loro scrittura; Daša Drndić addirittura a partire dal suo cognome, tutto pieno di consonanti. Trieste è un libro indignato, polemico; lei, la scrittrice croata che ho incontrato stamattina all’hotel Santa Chiara, è una donna energica e anticonvenzionale. Non deve amare particolarmente le interviste: prima si è presa un lungo caffè, poi ha fatto una lunga seduta fotografica, poi si è concessa una lunga sigaretta, poi ha chiesto dell’acqua. Io l’aspettavo in un angolo della hall dell’albergo davanti alla mia telecamerina, preoccupata per un tizio immerso in un’interminabile telefonata di lavoro (smetterà prima o poi? come faccio a dirgli di andarsene da qui, è pur sempre un cliente dell’albergo?). Appena abbiamo cominciato l’intervista  le è suonato un allarme pillola e ci siamo dovute fermare. La telecamera lampeggiava perché si stava scaricando (avevo fatto troppe prove di inquadratura). Il resto dell’intervista è andato molto liscio (anche se alla domanda su come avesse costruito l’intreccio tra realtà e fantasia mi ha risposto che era come chiedere a un cuoco come ha fatto un certo piatto, una domanda che non si fa). Poi, mentre raccoglievo le mie cose, si è messa a sbuffare all’idea di dover tornare nella magnifica tenuta in Toscana, dove è ospite con altri scrittori fino ai primi di luglio. Un posto troppo bello e troppo isolato per i suoi gusti, troppo lontano dalla vita vera. Lo scrittore che si lamenta del trattamento di favore mi mancava.

martedì 16 giugno 2015

Il tempo migliore della nostra vita

sin dall’inizio di Il tempo migliore della nostra vita, il libro di Antonio Scurati pubblicato da Bompiani e  dedicato a Leone Ginzburg, ci si accorge che l’autore non può fare a meno di paragonarsi al protagonista del suo romanzo, di chiedersi, al posto suo che avrei fatto. Quello che fecero gli altri, Scurati ce lo racconta: solo tredici docenti universitari su quasi milletrecento nel 1934 rifiutarono di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo (e, racconta sempre Scurati, nel 1938, quando le leggi razziali fecero piazza pulita dei docenti ebrei, gli altri furono ben felici di occupare le cattedre rimaste vacanti). Cesare Pavese, che di Ginzburg era amico dai tempi del liceo, e che con lui aveva condiviso l’esperienza di far nascere la casa editrice Einaudi, quando si sentì in pericolo chiese la grazia a Mussolini, fuggì, si nascose. Leone no: perse la cattedra che aveva conquistato giovanissimo, subì due anni di carcere, altri due e mezzo di sorveglianza, tre anni di confino, e, dopo l’8 settembre, a Regina Coeli, nel mezzo del regime di “carcere allegro”, fu torturato a morte.  Un uomo coerente, certo, ma è bello che Scurati sottolinei un altro tipo di eroismo che era proprio di Leone Ginzburg, l’eroismo dell’intellettuale.  Al confino in Abruzzo, con la moglie Natalia e i tre figli piccoli, Ginzburg litiga con Giulio Einaudi che non vuole fargli rivedere le bozze del suo lavoro su Tolstoj: l’esattezza della grafia di un nome è più importante per lui dei problemi personali. Il ritratto di Leone Ginzburg, che culmina con la  struggente lettera a Natalia, scritta poco prima di morire, non poteva essere più efficace. Scurati sceglie di affiancare la storia di Leone a quella dei suoi nonni (il nonno napoletano Peppino ha un anno più di Ginzburg). Sono storie di gente comune, che subisce il fascismo e la guerra, un ramo nel napoletano, l’altro a Cusano Milanino. La cosa più rilevante che capita a Peppino, cresciuto con Antonio Clemente, è da adulto di ritrovare l’amico nelle vesti del mitico Totò e poter fare con lui un giro in macchina insieme all’autista. Cosa c’entri la genealogia degli Scurati con il tragico destino di Leone Ginzburg, l’autore lo spiega nel finale del libro, quando scrive che “per i Ginzburg come per i miei nonni si trattò anche e pur sempre dell’affanno quotidiano, delle opere e dei giorni. Al titanismo nazi, in prima linea o nelle retrovie, tutti loro opposero anche le piccole virtù di gente che lavora e cresce i figli, l’ostinazione della cura editoriale, la filettatura dei metalli, le bistecche e i pupi”.  Il libro precedente di  Scurati, quello sulla paternità, non mi era piaciuto per niente, quando lo intervistai se ne accorse e da antipatico qual è (buffo che in questo libro si dia dell’antipatico da solo, ormai è un fatto conclamato) mi accusò di veterofemminismo; ma io che (qualche volta e a fatica) so essere una donna libera da pregiudizi gli ho dato un’altra possibilità e non me ne sono pentita.    

lunedì 15 giugno 2015

Non siamo più noi stessi

arrivata circa a metà di Non siamo più noi stessi, il romanzone di Matthew Thomas (732 pagine, pubblicato da Neri Pozza nella traduzione di Chiara Brovelli ) mi sono chiesta dove volesse andasse a parare la narrazione. Fino ad allora avevo seguito con distaccato interesse le vicende della protagonista Eileen, nata a New York da genitori irlandesi entrambi tendenti all’alcolismo.  L’infanzia di Eileen è molto dura e fa crescere in lei il desiderio di riscatto, di benessere e rispettabilità. Studia da infermiera (anche se sognava una carriera da politico o da avvocato) e incontra Ed, uno scienziato bello, intelligente e perbene che le fa battere il cuore. Si sposano, hanno un figlio. Lei diventa capoinfermiera; lui, invece di puntare all’incarico di preside di facoltà, preferisce concentrarsi sulle sue ricerche sul cervello e sui suoi studenti. Altro motivo di dissenso tra i due, che per il resto sono molto legati l’uno l’altro, è la casa: lei sogna una villa con il patio in periferia, lui sta bene nell’appartamento nei Queens e non gli importa nulla se il quartiere si riempie di gente di colore. Poi Ed comincia a comportarsi in modo molto strano. E qui, a metà libro, appunto, Eileen, che fino a quel momento avevo considerato una donna aspra, ambiziosa, non particolarmente simpatica, diventa una persona a me familiare e le terribili difficoltà a cui va incontro sono le mie difficoltà, quelle di chiunque altro. Ho capito, circa a metà libro, che Matthew Thomas ci stava raccontando non la storia di Eileen , ma la storia di come la vita sia capace di spiazzarci, di condurci in direzioni totalmente opposte a quelle che ci eravamo prefigurati, di come da un momento all’altro possano apparirci futili i desideri che abbiamo strenuamente coltivato, e di come sia importante poterci fino all’ultimo riconoscere nelle nostre scelte, nei nostri comportamenti. Molto belli i personaggi di Connell, il figlio unico di Eileen e di Ed, sempre incerto se sorreggere i suoi o allontanarsi il più possibile da loro, e quello di Sergei, ingegnere russo emigrato negli Stati Uniti che tutto quello che fa lo fa in modo serio e coscienzioso. Si chiude il libro turbati e commossi: pochi scrittori hanno raccontato la realtà della vita matrimoniale come ha fatto qui Matthew Thomas. Il 23 giugno alle 21 Thomas sarà a Piazza del Campidoglio. Io ho la fortuna di incontrarlo il giorno dopo davanti a una telecamera.  

domenica 14 giugno 2015

dubbi

e se fosse pesante per lui interpretare il ruolo dell'eterno ottimista? se papà, oltre al pensiero dell'operazione imminente, avesse quello di doversi mostrare solido, sicuro, invincibile agli occhi delle tre figlie? Barzellette, cene, discese in spiaggia quando avrebbe voglia soltanto di sbattere la testa contro il muro. Forse si chiamano legami familiari anche per questo, perché ci legano al personaggio che ci siamo costruiti all'interno della famiglia.

sabato 13 giugno 2015

un sabato molto popolato

dopo due giorni di supermercato alle prese con la distanza e i prezzi del cibo, oggi gli amici del figlio sono stati molto felici di avere intorno qualcuno che imbandiva la tavola gratis e in abbondanza. Fa un caldo soffocante, piove, torna il sole. Solo in acqua si sta bene davvero. Loro giocano a poker in veranda, incuranti delle condizioni atmosferiche. A tavola si prendevano in giro reciprocamente per i bassi voti scolastici: uno ha fatto due anni in uno, uno è stato bocciato, la sufficienza è un miraggio per tutti; c'è quello che non si toglie la felpa per paura di incontrare qualcuno che dica a sua madre della tigre che si è fatto tatuare sul braccio (prima poi dovrà farsi un bagno davanti a lei, o chiederà di essere portato in montagna?). All'inizio erano circospetti in nostra presenza, ma presto hanno smesso di considerarci e ridacchiano e parlottano tra loro come se fossero soli. Al mare è venuto anche papà con Virginia. Pensavo che avrebbe rinunciato, tra lo stress della colonoscopia di ieri e l'attesa di fissare l'intervento; invece alle sette e mezza mi ha mandato un messaggio, siamo pronti, a che ora venite a prenderci. Ha prenotato il ristorante per stasera, ha mangiato la mozzarella sotto l'ombrellone: è quello che vuole tornare a fare al più presto. I brutti pensieri, se li ha, ha imparato a tenerli a bada benissimo. In macchina si è concesso una barzelletta sporca, approfittando dell'assenza di Maddslena e Domenico "che si scandalizzano". Ci sono persone fatte apposta per vivere e altre che vivono solo perché gli è capitato. Lui rientra nella prima categoria.

venerdì 12 giugno 2015

Trieste

“La storia è un enorme cesso intasato. Continuiamo a tirare lo sciacquone e tiriamo e tiriamo, ma le feci continuano a tornare a galla”: siamo a pagina 394 di Trieste, Un romanzo documentario, il libro di Daša Drndić che s’interroga sullo sterminio degli ebrei italiani e su tutto quello che lo ha preceduto, circondato, e seguito. Con un linguaggio crudo, che non risparmia il lettore, Drndić scava nei documenti storici, ricostruendo vicende più o meno note. La cornice è romanzesca: una donna molto anziana sta per incontrare il figlio che le è stato rapito pochi mesi dopo la nascita. Lei si chiama Haya Tedeschi, è figlia di ebrei convertiti al cattolicesimo, da ragazza a Trieste ha avuto una relazione con Kurt Franz, un bel cuoco tedesco. Il suo Antonio, sottrattole dalla carrozzina ed entrato nel progetto Lebensborn (quello secondo cui bisognava allevare una nuova generazione di ariani in appositi orfanatrofi)  è diventato Hans, è cresciuto con una coppia di austriaci, e solo da adulto scopre che il suo vero padre, Kurt Franz, è stato uno dei più crudeli comandanti di Treblinka. Drndić ci  conduce dentro la Risiera di San Saba e i suoi  forni crematori, sui treni piombati che hanno attraversato la civilissima Svizzera, nelle ville tedesche dove sono stati soppressi disabili. Nel libro si affacciano personaggi realmente esistiti (da Renato Caccioppoli a Helga Schneider, da Thomas Bernhard a Claudio Magris), compaiono foto e soprattutto elenchi (42 pagine sono occupate dai nomi dei 9000 ebrei deportati dall’Italia o uccisi in Italia tra il ‘43 e il ‘45). “Non esistono piccoli nazisti” scrive Drndić, non ci sono mezze responsabilità: c’è stato un folle ed enorme dispiegamento di violenza e una fuga in massa dalle conseguenze delle proprie azioni. Faticoso, indignato, utile. L’ha tradotto in italiano Ljiljana Avirovic per Bompiani. L’autrice sarà a Roma martedì per il festival Letterature, io dovrei incontrarla mercoledì. 

giovedì 11 giugno 2015

senza voce

ieri sera a cena da noi c'erano Giulia e Tommaso, i due figli di Maddalena di passaggio verso il mare. È venuto anche papà; se non ci fosse stato quel risultato della tac, domani io e lui li avremmo raggiunti per il week end. L'ascensore non funzionava e papà si è fatto a piedi i cinque piani di scale. Domenica a pranzo da mia suocera era pimpantissimo, ieri solo un po' mogio. Ci ha colpito il suo calo completo della voce: l'aria condizionato e lo stress lo avevano reso completamente afono. Papà a tavola parla sempre lui, vederlo muto, concentrato sul cibo, era molto anomalo. I ragazzi, i miei e i due cugini, ridevano e chiacchieravano, sovrapponendo i discorsi. A un tratto papà, con un filo di voce, è riuscito a farsi sentire, cosa si è persa la nonna, ha detto con un sospiro. Si è fatto silenzio, ci siamo guardati. Effettivamente erano belli a vedersi i quattro ragazzi, così diversi tra loro, così contenti di ritrovarsi. Anche svociato papà è riuscito a conquistarsi la scena con l'arma della commozione.

mercoledì 10 giugno 2015

amici come funghi

il figlio sta organizzando una settimana al mare con gli amici. Mentre sto impazzendo con i dcp (data messa in onda, repliche, musiche usate), mi squilla di continuo il telefono. Sono la mamma di..., volevo sapere se davvero mio figlio è stato invitato... Parlo con signore sconosciute, madri di figli altrettanto sconosciuti: ci scambiamo preoccupazioni (spero si comporti bene, se ci sono problemi chiamami subito), ci confortiamo a vicenda sulla scontrosità dei nostri pargoli che sembra sciogliersi con gli estranei mentre si rafforza in famiglia. Venerdì sera troverò la casa popolata da questi figuri e finalmente darò un volto a Matteo, Andrea, Carlo. Chissà quanta sabbia sul pavimento.  

martedì 9 giugno 2015

i gusti della figlia

ormai cominciamo a conoscere i gusti della figlia in fatto di uomini e non smettiamo di stupirci. Sono sempre ragazzi coetanei o un po' più giovani di lei, di aspetto gradevole, tatuati, disimpegnati. L'ultimo, che ho incrociato ieri sulla porta di casa, sta facendo l'ultimo anno di liceo, perché è stato bocciato un anno; la figlia lo aiuta con la tesina. Contenta lei.

lunedì 8 giugno 2015

notizie non buone

quando non trovo mio padre in casa alle otto e mezza di mattina vuol dire che è andato da un dottore. Oggi non mi sono preoccupata, ho pensato al dentista. Mi sono immersa nel lavoro e con stupore ho visto dopo pranzo un suo messaggio sul telefono. La tac di controllo non è andata bene come sperava, c'è qualcosa al colon, vanno fatti altri esami e già si parla di operazione. La prima cosa che papà ha chiesto alla dottoressa è se doveva rinunciare al viaggio in Laos e Cambogia a novembre. Lei lo ha rassicurato, gli ha detto che potrà andarci, e ha aggiunto che a fine luglio sarà tutto passato. Papà ha così voglia di vivere che se potesse si opererebbe domani.

nella grotta a Palinuro


ultimo giorno di scuola

l'ultimo giorno del suo terzo anno di liceo il figlio l'ha saltato. E' rimasto a dormire. Ieri ci ha detto che il prof d'italiano li aveva invitati a non andare a scuola "perché finire di lunedì non ha senso". Non ha senso andare a scuola quando c'è ponte, non ha senso quando c'è sciopero, non ha senso quando c'è assemblea... Eppure sono convinta che questa scuola striminzita, che si largo a fatica negli intervalli tra una vacanza e l'altra, sia la migliore delle scuole possibili. Per i contenuti che ancora trasmette, per la varietà degli insegnamenti, per la serietà di alcuni professori e infine perché rispecchia le difficoltà che i ragazzi troveranno anche fuori. Guai a un'atmosfera più protetta, dove vanno i figli senza la corazza che si costruiscono a scuola?

sabato 6 giugno 2015

Cade la terra


in Cade la terra, il romanzo di Carmen Pellegrino pubblicato da Giunti, c’è un paese abbandonato, Alento, uno di quei vecchi paesi di pietra di cui l’Italia abbonda e che conservano nelle case cadenti il ricordo delle persone che le hanno popolate. E c’è un personaggio femminile, Estella, l’ultima abitante, che ogni anno organizza un pranzo per chi non c’è più. All’inizio sembra che l’autrice  ci stia raccontando la storia di Estella, arrivata ad Alento dopo essersi liberata della perduta vocazione e dei vestiti da suora, e divenuta, lei quasi coetanea, l’istitutrice del sedicenne Marcello. Tra Estella, che vuole proteggerlo e nutrirlo e il ragazzo selvaggio e iracondo s’intuisce un legame profondo, ma distanziato, interrotto (lui, come gli altri, dopo le frane lascia la casa, lei no). Estella e Marcello sono, come la casa dell’olmo, la cornice; dentro il quadro si muovono personaggi deprivati dei loro sogni: il banditore che aspira a un cappello che funga per lui da divisa; la ragazza pesta che lo spasimante respinge; la bambina uccisa dalla puntura di un medico stanco e arrogante; l’uomo cui sono morti due figli in guerra. È un libro fatto di echi Cade la terra, echi di vite ed echi letterari sapientemente mischiati: leggendolo sembra di sentire il tempo che scorre.

venerdì 5 giugno 2015

Il fascino indiscreto dell'amore


ci aspettavamo pochissimo io e Giulia dalla riduzione cinematografica di un piccolo romanzo che era piaciuto molto ad entrambe, il Né Adamo né Eva di Amélie Nothomb che racconta il ritorno dell’autrice a vent’anni nel Giappone lasciato da bambina, e quindi Il fascino indiscreto dell’amore (titolo a parte), ci ha quasi stupito favorevolmente. Rinri, il protagonista maschile, il ragazzo a cui Amélie dà lezioni di francese e di cui poi diventa la fidanzata, è perfetto: bello, premuroso, lievemente enigmatico, uno che quando ci stai insieme ci stai benissimo e quando non lo vedi non ne senti la mancanza. L’attrice che interpreta Amélie, Pauline Etienne, invece è troppo leziosa, si atteggia a pagliaccio, fa un sacco di smorfie. Quello che il film di Stefan Liberski riporta con fedeltà, anche se con meno smalto della scrittura di Nothomb, è lo spirito del libro: l’amore per un paese che per un po’ viene scambiato per l’amore per un uomo fino a diventare una sorta di trappola da cui bisogna fuggire finché si è in tempo.

Di Né Adamo né Eva ho scritto in questo blog.