mercoledì 17 giugno 2015

con Daša

ci sono sono scrittori che ti intimoriscono a partire dalla loro scrittura; Daša Drndić addirittura a partire dal suo cognome, tutto pieno di consonanti. Trieste è un libro indignato, polemico; lei, la scrittrice croata che ho incontrato stamattina all’hotel Santa Chiara, è una donna energica e anticonvenzionale. Non deve amare particolarmente le interviste: prima si è presa un lungo caffè, poi ha fatto una lunga seduta fotografica, poi si è concessa una lunga sigaretta, poi ha chiesto dell’acqua. Io l’aspettavo in un angolo della hall dell’albergo davanti alla mia telecamerina, preoccupata per un tizio immerso in un’interminabile telefonata di lavoro (smetterà prima o poi? come faccio a dirgli di andarsene da qui, è pur sempre un cliente dell’albergo?). Appena abbiamo cominciato l’intervista  le è suonato un allarme pillola e ci siamo dovute fermare. La telecamera lampeggiava perché si stava scaricando (avevo fatto troppe prove di inquadratura). Il resto dell’intervista è andato molto liscio (anche se alla domanda su come avesse costruito l’intreccio tra realtà e fantasia mi ha risposto che era come chiedere a un cuoco come ha fatto un certo piatto, una domanda che non si fa). Poi, mentre raccoglievo le mie cose, si è messa a sbuffare all’idea di dover tornare nella magnifica tenuta in Toscana, dove è ospite con altri scrittori fino ai primi di luglio. Un posto troppo bello e troppo isolato per i suoi gusti, troppo lontano dalla vita vera. Lo scrittore che si lamenta del trattamento di favore mi mancava.

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