sabato 20 giugno 2015

Il Regno

“Non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l’abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge – non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo più, di saperne più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo. Scrivo questo libro per cercare di non essere troppo d’accordo con me stesso.” Questo non è l’unico brano de Il Regno (traduzione italiana di Francesco Bergamasco, Adelphi) in cui Emmanuel Carrère cerca di spiegare a sé e al lettore perché si è cimentato con una lunga riflessione sugli Atti degli Apostoli e sul Vangelo di Luca, che poi è diventata una sorta di biografia di Luca, medico e soprattutto narratore molto dotato (ogni libro di Carrère è, per sua stessa definizione, la biografia di qualcuno e soprattutto la propria). La prima parte del libro, quella in cui lo scrittore racconta la sua crisi mistica durata dal 1990 al 1993, è la più comica e tragica insieme: in difficoltà con il lavoro, in contrasto con la moglie, Carrère si convince di aver ricevuto il dono della fede, fa ogni giorno la comunione, sposa in chiesa la sua compagna, si dedica al commento del Vangelo di Giovanni e riempie interi quaderni di dotte annotazioni, senza per questo ritrovare la pace o sentirsi meglio. Gli passa, e i quaderni finiscono dentro degli scatoloni. Il Carrère di oggi, felice come una pasqua per i successi letterari e il solido rapporto con l’affascinante Hélène, non rinnega il Carrère tormentato, cerca di capirne le spinte più profonde e quindi ritorna al Vangelo. Anche nella seconda, terza e quarta parte, dedicate alla ricostruzione dei primi passi del cristianesimo dopo la morte di Gesù, non mancano i riferimenti autobiografici. Carrère è Carrère e passa con disinvoltura dall’esame del personaggio di Maria e delle sue raffigurazioni alla descrizione di un video porno su cui si è fissato e che guarda in continuazione mentre si è ritirato a scrivere in un’isola greca. Il libro è tutto un saltare dall’Antica Roma al mondo di oggi: i contrasti tra Paolo e Giacomo sono paragonati a quelli tra Stalin e Trockij; si avanza il sospetto che le spoglie di Gesù siano state sottratte dalle autorità per evitare che diventassero oggetto di culto come è stato fatto con quelle di Osama Bin Laden; il comportamento di Pilato con gli ebrei è paragonato a quello di Ariel Sharon con i palestinesi. La cosa buffa di questo volume, che è costato sette anni di lavoro al suo autore, è che mi ha ricordato i miei dubbi di tredicenne, quando, indecisa se credere o no in Dio, fantasticavo sulle parole che sentivo in Chiesa e al catechismo e mi dibattevo tra desiderio di fede e incredulità. Mi sembra che Carrère abbia scritto un libro molto dotto e insieme molto infantile e presuntuoso: ora vi spiego io le incredibili circostanze per cui un oscuro profeta che sarebbe volentieri rimasto tale è diventato il successo planetario che abbiamo sotto gli occhi (pensate che ci sono cascato anch’io che sono tanto intelligente). Regno o non regno, io continuo ad amare Carrère.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Amen