martedì 16 giugno 2015

Il tempo migliore della nostra vita

sin dall’inizio di Il tempo migliore della nostra vita, il libro di Antonio Scurati pubblicato da Bompiani e  dedicato a Leone Ginzburg, ci si accorge che l’autore non può fare a meno di paragonarsi al protagonista del suo romanzo, di chiedersi, al posto suo che avrei fatto. Quello che fecero gli altri, Scurati ce lo racconta: solo tredici docenti universitari su quasi milletrecento nel 1934 rifiutarono di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo (e, racconta sempre Scurati, nel 1938, quando le leggi razziali fecero piazza pulita dei docenti ebrei, gli altri furono ben felici di occupare le cattedre rimaste vacanti). Cesare Pavese, che di Ginzburg era amico dai tempi del liceo, e che con lui aveva condiviso l’esperienza di far nascere la casa editrice Einaudi, quando si sentì in pericolo chiese la grazia a Mussolini, fuggì, si nascose. Leone no: perse la cattedra che aveva conquistato giovanissimo, subì due anni di carcere, altri due e mezzo di sorveglianza, tre anni di confino, e, dopo l’8 settembre, a Regina Coeli, nel mezzo del regime di “carcere allegro”, fu torturato a morte.  Un uomo coerente, certo, ma è bello che Scurati sottolinei un altro tipo di eroismo che era proprio di Leone Ginzburg, l’eroismo dell’intellettuale.  Al confino in Abruzzo, con la moglie Natalia e i tre figli piccoli, Ginzburg litiga con Giulio Einaudi che non vuole fargli rivedere le bozze del suo lavoro su Tolstoj: l’esattezza della grafia di un nome è più importante per lui dei problemi personali. Il ritratto di Leone Ginzburg, che culmina con la  struggente lettera a Natalia, scritta poco prima di morire, non poteva essere più efficace. Scurati sceglie di affiancare la storia di Leone a quella dei suoi nonni (il nonno napoletano Peppino ha un anno più di Ginzburg). Sono storie di gente comune, che subisce il fascismo e la guerra, un ramo nel napoletano, l’altro a Cusano Milanino. La cosa più rilevante che capita a Peppino, cresciuto con Antonio Clemente, è da adulto di ritrovare l’amico nelle vesti del mitico Totò e poter fare con lui un giro in macchina insieme all’autista. Cosa c’entri la genealogia degli Scurati con il tragico destino di Leone Ginzburg, l’autore lo spiega nel finale del libro, quando scrive che “per i Ginzburg come per i miei nonni si trattò anche e pur sempre dell’affanno quotidiano, delle opere e dei giorni. Al titanismo nazi, in prima linea o nelle retrovie, tutti loro opposero anche le piccole virtù di gente che lavora e cresce i figli, l’ostinazione della cura editoriale, la filettatura dei metalli, le bistecche e i pupi”.  Il libro precedente di  Scurati, quello sulla paternità, non mi era piaciuto per niente, quando lo intervistai se ne accorse e da antipatico qual è (buffo che in questo libro si dia dell’antipatico da solo, ormai è un fatto conclamato) mi accusò di veterofemminismo; ma io che (qualche volta e a fatica) so essere una donna libera da pregiudizi gli ho dato un’altra possibilità e non me ne sono pentita.    

1 commento:

Anonimo ha detto...

olè!