venerdì 12 giugno 2015

Trieste

“La storia è un enorme cesso intasato. Continuiamo a tirare lo sciacquone e tiriamo e tiriamo, ma le feci continuano a tornare a galla”: siamo a pagina 394 di Trieste, Un romanzo documentario, il libro di Daša Drndić che s’interroga sullo sterminio degli ebrei italiani e su tutto quello che lo ha preceduto, circondato, e seguito. Con un linguaggio crudo, che non risparmia il lettore, Drndić scava nei documenti storici, ricostruendo vicende più o meno note. La cornice è romanzesca: una donna molto anziana sta per incontrare il figlio che le è stato rapito pochi mesi dopo la nascita. Lei si chiama Haya Tedeschi, è figlia di ebrei convertiti al cattolicesimo, da ragazza a Trieste ha avuto una relazione con Kurt Franz, un bel cuoco tedesco. Il suo Antonio, sottrattole dalla carrozzina ed entrato nel progetto Lebensborn (quello secondo cui bisognava allevare una nuova generazione di ariani in appositi orfanatrofi)  è diventato Hans, è cresciuto con una coppia di austriaci, e solo da adulto scopre che il suo vero padre, Kurt Franz, è stato uno dei più crudeli comandanti di Treblinka. Drndić ci  conduce dentro la Risiera di San Saba e i suoi  forni crematori, sui treni piombati che hanno attraversato la civilissima Svizzera, nelle ville tedesche dove sono stati soppressi disabili. Nel libro si affacciano personaggi realmente esistiti (da Renato Caccioppoli a Helga Schneider, da Thomas Bernhard a Claudio Magris), compaiono foto e soprattutto elenchi (42 pagine sono occupate dai nomi dei 9000 ebrei deportati dall’Italia o uccisi in Italia tra il ‘43 e il ‘45). “Non esistono piccoli nazisti” scrive Drndić, non ci sono mezze responsabilità: c’è stato un folle ed enorme dispiegamento di violenza e una fuga in massa dalle conseguenze delle proprie azioni. Faticoso, indignato, utile. L’ha tradotto in italiano Ljiljana Avirovic per Bompiani. L’autrice sarà a Roma martedì per il festival Letterature, io dovrei incontrarla mercoledì. 

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