lunedì 10 agosto 2015

all'ospedale di Terracina

non svengo mai, ho la pressione più alta che bassa, ma dopo pochi minuti nella stanza di papà dentro l'ospedale di Terracina, ho cominciato a sudare e a sentirmi girare la testa. È bastato alzare i piedi e bere acqua e zucchero per tornare in me. Rivedere mio padre dentro il letto da malato a un mese dall'operazione è stato un duro colpo: ora deve cominciare tutto da capo e al posto della solita baldanza sono subentrate paura per quello che ha vissuto ieri e rammarico per aver sottovalutato la convalescenza. Per fortuna papà è uomo dalle mille risorse: è incuriosito dai vicini di letto (a ortopedia, dove era stato parcheggiato, aveva familiarizzato con lo spazzino dal femore rotto, e non appena è stato trasferito a chirurgia ha cominciato a chiedere cosa fosse successo all'uomo dalla faccia piena di tagli steso accanto a lui); sta sempre con il telefono in mano in attesa di messaggi e telefonate; cerca di memorizzare le facce degli infermieri per capire su chi poter contare. L'ospedale non sarebbe neppure brutto, è abbastanza nuovo, ma tutto si svolge in un'atmosfera casuale: i visitatori si fermano tutto il giorno e non c'è per loro neppure una sedia; l'incidentato dorme con la stessa maglietta piena di vetri con cui è arrivato; i giovani infermieri fanno la caccia alla vena e bucano in più punti il paziente; l'iniezione di eparina fatta in un reparto rischia di essere replicata dopo il trasferimento in un altro reparto (se non se ne fosse accorta Virginia...); il lenzuolo bagnato non viene cambiato se non si insiste e si va a prenderselo da soli... Deve uscire da lì.

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