domenica 2 agosto 2015

Siamo tutti completamente fuori di noi

che la famiglia di Rosemary non sia la migliore delle famiglie possibili lo capiamo fin dai primi capitoli di Siamo tutti completamente fuori di noi, il romanzo di Karen Joy Fowler. La protagonista parla di un fratello scomparso da dieci anni e di una sorella da diciassette; lei è all'università e le rare occasioni in cui torna dai genitori sono contrassegnate da grandi reciproci imbarazzi. Il libro si apre con un meraviglioso prologo: c'è Rosemary bambina di due anni che chiacchiera incessantemente in un filmino familiare. Una bambina fissata con le parole a cui la mamma suggerisce, quando hai in mente due cose da dire, scegli la tua preferita e di' solo quella, e il padre dice, salta l'inizio, comincia dal centro. Una stranezza accettabile in un bambino questa parlite, ma niente è come sembra nel racconto di Rosemary che, secondo gli insegnamenti paterni, parte dal centro e solo a un certo punto rivela il proprio punto di partenza. Leggendolo ho avuto reazioni contrastanti: grande entusiasmo all'inizio per una scrittura audace, scattante, per una trama che si va componendo sotto gli occhi del lettore e sembra capace di tenerlo sempre all'erta; un momento di stanchezza quando tutto si è chiarito e la particolarità di Rosemary e i suoi non mi è parsa più così interessante; e infine ammirazione per come Fowler è riuscita a parlare dei drammi che si scatenano tra genitori e figli a partire da un punto di vista totalmente anomalo. Karen Joy Fowler è nata nell'Indiana nel 1950; Siamo tutti completamente fuori di noi l'ha tradotto Laura Berna per Ponte alle Grazie.

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