giovedì 27 agosto 2015

Viaggio a Tokyo

si svolge quasi tutto in interni dalle forme geometriche Viaggio a Tokyo di Ozu Yasujiro. Della città vediamo una ciminiera e una collina, eppure i coniugi Hirayama, partendo dal loro paese di mare pregustavano, oltre che una visita ai parenti, la scoperta della metropoli. Il fatto è che il figlio pediatra e la figlia parrucchiera sono presi dai loro impegni, considerano la presenza dei genitori nelle loro case un peso insopportabile, e non si curano di portarli in giro. Nel film del 1953 c’è il Giappone uscito dalla guerra che sta facendo piazza pulita degli antichi valori in nome del profitto e c’è una storia universale che riguarda i rapporti tra figli e genitori, la pietas nei confronti degli anziani, il contrasto tra avidità e generosità (la figlia Shige, che ha sempre un’espressione dura, contratta, considera i dolci comprati dal marito per i suoceri troppo costosi e se li mangia lei, e nel finale col cadavere della mamma ancora caldo si fa dare dalla sorella il suo chimono migliore, mentre Noriko, la nuora vedova da otto anni, senza un soldo, ma capace di dolcissimi sorrisi, chiede il sake alla vicina per offrirlo ai suoi visitatori, divide con loro il proprio letto). Ogni storia di famiglia è a suo modo una storia di infelicità: i grandi come Ozu costruiscono racconti in cui ci si può riconoscere  a prescindere dal tempo e dal luogo.

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