martedì 15 settembre 2015

Il giardino delle mosche

"dominare i corpi”: è questa l’ossessione che spinge Andrej Čikatilo, più noto come il mostro di Rostov,  a infierire sulle sue vittime, prima di ucciderle. Tante queste vittime: almeno cinquantasei, colpevoli solo di essersi fidate di un estraneo dall’aria gentile. Andrea Tarabbia vuole capire da scrittore cosa avvenga nella testa del serial killer, quali siano i demoni che lo spingono ad agire, come faccia a tornare a casa dalla moglie e dai figli dopo aver massacrato, che infanzia abbia avuto. In un gioco tra presente e passato ci racconta dall’interno, grazie a una claustrofobica prima persona, i fantasmi di Cikatilo: tra i principali quello della sua prima vittima, la piccola Lena dal cappotto rosso, attirata dalla promessa di gomme da masticare, e quello del fratello Stepan, sparito durante la grande carestia, forse per essere mangiato dai vicini di casa. La mamma violentata dai soldati russi sotto i suoi occhi, il padre tornato distrutto dalla guerra e ostracizzato con l’accusa di collaborazionismo, il complesso di avere un pene piccolo e flaccido (la mia mutilazione, lo chiama), le umiliazioni subite dagli altri ragazzi, e poi l’orgoglio di essere un buon comunista: Andrej Čikatilo è un personaggio pieno di spaventose sfaccettature. Di Andrea Tarabbia avevo molto amato Il demone a Beslan e La buona morte. Questo libro che chiude idealmente la trilogia sulla morte mi ha lasciato perplessa: Tarabbia riesce con grande bravura a evitare il morboso, ma sul mostro cosa ci dice che non sapevamo o non potevamo immaginare da soli? Il primo intento dello scrittore era stato quello di scrivere un romanzo alla Carrère; se lo avesse fatto, forse, avremmo capito meglio cosa l’ha spinto al faticosissimo corpo a corpo che anima Il giardino delle mosche. L’editore è Ponte alle Grazie.    

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