mercoledì 16 settembre 2015

Taxi Teheran

non posso pensare che la ragazzina dalla faccia intelligente che interpreta la nipote di Jafar Panahi in Taxi Teheran abbia la voce leziosa e petulante che le impone il doppiaggio.  A parte questo intollerabile difetto dell’edizione italiana, il film di Panahi ha molti meriti. Racconta in modo apparentemente scanzonato ma profondamente tragico come si vive oggi in Iran: i personaggi che salgono e scendono dal taxi guidato dal regista aprono squarci sull’esistenza quotidiana di un popolo vessato da insulsi divieti, censure, severissime pene e trasgressioni continue. C’è il borseggiatore che invoca la morte per chi ha rubato le ruote alla macchina di suo cognato, c’è il venditore di film di contrabbando che vanta l’amicizia con il regista per vendere copie dei film di Woody Allen, c’è l’avvocatessa sorridente che si occupa del caso della ragazza arrestata allo stadio che fa lo sciopero della fame e della sete, c’è l’uomo che sta morendo per un incidente e si preoccupa del futuro della moglie in balia dei parenti e infine c’è la ragazzina che s’interroga sulla sua insegnante e i messaggi contraddittori che lancia agli allievi. Quando i personaggi scendono dal taxi cala il silenzio, li vediamo muoversi in un mondo ovattato che ispira paura. Certo, il ritmo del film è lento, molto molto lento; non l’ideale alla fine di una giornata piena di impegni.    

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