sabato 31 ottobre 2015

Franz e François

“Per tutta l’infanzia ho frequentato unicamente persone che ammiravano mio padre e credevano in Dio… La prima persona di mia conoscenza che non fosse piena di ammirazione per mio padre né in estasi davanti a Dio sono stato io. Ma ce n’è voluto di tempo”: quello che racconta in Franz e François François Weyergans è il faticoso processo di affrancamento da parte di un uomo che fa lo stesso mestiere del padre, occupandosi di cinema e di letteratura, ma che rinnega i due fondamenti dell’insegnamento paterno, la fede cristiana e la fedeltà coniugale. Il libro nasce da una lacerazione: quando Franz muore all’improvviso per un attacco cardiaco è in rotta con il figlio; non gli ha perdonato di aver pubblicato un romanzo. François è ossessionato dall’idea della riconciliazione mai avvenuta e ha bisogno di chiarire la vicenda dei propri rapporti con il padre. Franz e François è labirintico (“è tipico dei nevrotici ripercorrere disordinatamente la propria esistenza”) e divertentissimo. Weyergans rievoca gli episodi salienti della sua infanzia e giovinezza all’ombra dell’autore di Paternità gioiosa e Lettere a un giovane cristiano: la volta in cui il padre, alla vigilia di una gita scolastica con i preti gli spiega tutto su eiaculazione e penetrazione; la madre che si assume il ruolo di boicottare i tentativi sessuali dei figli (memorabili “gli occhi di vulcanologa che si chiede se il vulcano rischi di entrare in attività”); la masturbazione con una prostituta in un bar scambiata per una studentessa premurosa; l’intervista con Roberto Rossellini che fa perdere a François la messa domenicale e la paura di venir fulminato da Dio per questo; il lungo e dolorosamente casto fidanzamento con Tina. L’altro lato della medaglia è la grande affinità sentita da François bambino con il padre: unico maschio con cinque sorelle, per stare vicino a quello gli appare come “un imperatore romano” s’improvvisa correttore di bozze nella sua casa editrice, accompagnatore nei lunghi viaggi in macchina, cinefilo a dieci anni. Perché Franz era così contrario al romanzo di François, perché insisteva che facesse solo il regista? Temeva forse, come effettivamente capitò di essere scambiato per lui, dato che i loro nomi erano così simili? Lo preoccupava il contenuto libertino del libro? O, François non lo dice, ma pare probabile, aveva paura che il figlio diventasse più famoso di lui? Di libri sulla morte del padre ce n’è in giro parecchi; questo di Weyergans, uscito nel 1997, è tra i più originali. Ben ha fatto L’Orma a presentarlo al pubblico italiano (la traduzione è di Stefania Ricciardi).

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