giovedì 29 ottobre 2015

una giornata con Antonio Faeti

anni fa (sedici!) avevo intervistato Antonio Faeti sul suo romanzo Il ventre del comunista, ma era un'intervista radiofonica, non l'avevo incontrato. La prima sorpresa che abbiamo avuto oggi, arrivando di fronte alla casa bolognese in cui vive con la moglie, è stata quella di trovare i loro due nomi su quattro targhette del citofono. Faeti mi ha poi raccontato di avere tre appartamenti in affitto per ospitare i suoi libri; ci ha accolti in uno di questi (in una pausa delle riprese mi ha portato in cantina, anche questa trasformata in biblioteca). Librerie in ogni stanza, dal soffitto al pavimento, dal bagno alla cucina; sugli scaffali etichette di cartone con il nome dell'autore e spesso un ritratto dello stesso autore fatto da Faeti; un ordine tutto suo, fatto di apparentamenti, amicizie, assonanze; soldatini, statuine, orsacchiotti, bambole ovunque. Mentre Laura allestiva il set con gli operatori io e il professore ci siamo intrattenuti lungamente su Rudyard Kipling, ma anche su Gianni Rodari, Bianca Pitzorno, Giovanni Pascoli, Riccardo Bacchelli (un libro tirava l'altro, un aneddoto l'altro) e sullo stesso Faeti. Mi ha raccontato del padre fascistissimo e vigile urbano, della mamma mai conosciuta, della fame, dei tre fratelli, dei quaranta libri avuti in regalo da piccolo, dell'amicizia con Fellini, con Celati, con Cavazzoni, dei suoi alunni quando faceva il maestro elementare. Quando abbiamo cominciato la registrazione l'ho pregato di non divagare e mi sentivo un verme a dirgli questo: lui è stato bravissimo e si è attenuto alle mie domande. Ha letto l'inizio di Kim come se avesse davanti una classe da invogliare e non avrebbe mai smesso. Una miniera di racconti, un pozzo di scienza, un vulcano di parole. Di Bologna non abbiamo visto che la stazione e stanze traboccanti di libri vissuti.

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