lunedì 30 novembre 2015

cronaca dei mesi passati

all’aeroporto il figlio è un enorme sorriso. Abbronzato, magro, più alto, non sembra uscito da due giorni di aereo ma fresco di spiaggia e di surf. La figlia eccitata in macchina lo ragguaglia, non sai che palle sti mesi: mamma sempre depressa, è entrata in crisi con papà, lui è partito, poi si sono calmati. Racconta lui ed è tutto magnifico, la famiglia che l’ha coccolato, la bionda torinese con cui vuole andare a sciare, gli amici che lo aspettano sotto il portone. Davvero  sono stata così mogia, così insopportabile? 

sabato 28 novembre 2015

la felicità è un sistema complesso


Enrico Giusti ha la capacità di entrare in confidenza con giovani rampolli pronti a mandare in rovina gli imperi industriali ereditati. Con uno gioca a tennis, con un altro va alle feste e, tra una risata e un’altra, li convince a cedere il timone del comando a tutto vantaggio della società per cui lavora lui. Nella sua esistenza solitaria e metodica succedono due cose: si trova in casa Achrinoam, una ragazza israeliana lasciata da suo fratello, e non riesce a far rientrare nella casistica degli immeritevoli da plagiare Filippo, che insieme a Camilla, ha perso in un incidente d’auto i ricchissimi genitori. Enrico Giusti, alias Valerio Mastandrea, è uno che cerca un senso in quello che fa, ma è anche uno pieno di dubbi, e uno impegnato a proteggersi dal mondo esterno e dalle sue sorprese. Sarà soprattutto Achrinoam, con la sua aria folle, il suo dolore e la sua dignità a dare una svolta alla sua vita. Il rapporto tra i due è la cosa più riuscita del film, che dal punto di vista della trama è un po’ campato per aria. Comunque Gianni Zanasi è un gran bravo regista e con lui Mastandrea dà il meglio di sé. Bisogna restare in sala fino alla fine dei titoli di coda, se no si perde la canzone sulla Torta di noi.

colpo di scena

al momento di salire sull'aereo per Singapore il figlio mi manda il seguente messaggio: "mamma grazie ancora per avermi fatto fare questa esperienza fantastica. Ah ti volevo anche dire che Virginia è di Torino. Prendila bene". Per chi si fosse perso le puntate precedenti, il figlio mesi fa ci aveva detto di essersi fidanzato in Australia con una Virginia tedesca. Abbiamo forse noi dei pregiudizi contro i torinesi? O contro qualunque altra popolazione mondiale? Ci meritavamo questa inutilissima bugia che lo ha costretto a farfugliare ogni volta che gli chiedevamo se sarebbe andato in Germania nei prossimi mesi? È chiaro che dovendo convincerci a prolungare il suo mitico soggiorno all'estero la fidanzata straniera gli pareva una carta migliore di una ragazza italiana, ma da mio figlio non mi aspettavo un gioco così subdolo. Olivia, con cui sono andata al cinema, mi ha detto, meglio torinese che incinta. Chissà, magari quella sarà la notizia dello sbarco come questa è stata quella dell'imbarco. E gli amici del surf, il brasiliano e il cileno, anche loro visti in foto, saranno uno del Tufello e uno di Centocelle? E io che gli avevo pure preparato la torta.

Aneddoti infantili

lavorando a una sciagurata puntata su Elsa Morante mi sono imbattuta nella biblioteca della rai in un preziosissimo librino: Aneddoti infantili, quindici racconti brevi comparsi nel 1940 sulla rivista Oggi e pubblicati da Einaudi nel 2013. Elsa Morante descrive impietosamente se stessa bambina, una bambina molto rabbiosa e  molto consapevole del proprio valore: "mia madre raccontava, traboccante di legittima baldanza, che all'età di due anni e mezzo, girando intorno alla tavola, avevo composto il mio primo poema in versi sciolti. Ed io covavo un empio rancore contro di lei, che aveva partorito un simile prodigio". Sia che Morante rievochi i vestiti sontuosi che si faceva cucire dalla madre, sia che descriva i tentativi del fratello minore di tenere da parte i soldi per salvare la vita a un piccolo cinese, sia che illustri i tormenti danteschi a cui sottoponeva la sua amica Giacinta, la protagonista è sempre la fantasia infantile, una visione deformata, avventurosa, appassionata del reale e la lingua di questa racconti è insieme ricca e precisa. Il ricordo più amaro, che solo la vena sardonica di Morante, riesce a volgere in burla, è quello del fratello Antonio, morto poco dopo la nascita: a chi lodava da piccoli uno di loro tre, la madre diceva "Questo è niente signora, se aveste veduto il mio primo! Quello sì, era un figlio!" e se scrivevano qualcosa, dichiarava: "Sì, ma lui ben altro che questo avrebbe fatto! Son sicura che sarebbe diventato un Salomone o un Giacomo Leopardi!". Mi ero sempre chiesta da dove venisse la vena un po' folle di un romanzo come Menzogna e sortilegio: queste settanta pagine, oltre a essere godibilissime di per sé, contengono tutta una poetica.

giovedì 26 novembre 2015

come rovinare un elogio

il visionamento di oggi è andato insperabilmente bene, elogi a pioggia sull'interlocutore, le riprese, i contenuti, il confezionamento. Poi la mia capa ci guarda fisso negli occhi e dice, non ti farà piacere, ma questa sì che è una bella puntata, non l'altra. E giù a ripetere le critiche feroci espresse un mese fa, con qualche aggiunta al veleno. Dovessi montarmi la testa.

mercoledì 25 novembre 2015

varia napoletanità

il sopralluogo che abbiamo fatto oggi a Napoli ci ha riservato un'ampia casistica umana. In sintesi abbiamo incontrato tre tipi di napoletani: il napoletano sfessato che non sa niente e non vuole sapere niente; il napoletano serio, professionale, puntuale, superdisponibile e infine il napoletano tutto approssimazione e ostentazione. Al momento delle riprese o prevale il secondo tipo o siamo fritti.

ceci neri

entro in casa alle sei di pomeriggio, passo a salutare la figlia. La trovo tesissima in attesa che escano su internet i risultati del suo esonero di finanza. Che si mangia stasera, mi dice ed aggiunge, i ceci mi fanno schifo e quelli neri ancora di più (lo scatolone di Zolle per due settimane consecutive conteneva pacchetti di ceci neri, alla fine mi sono decisa a provarli). Mi innervosisco, le rispondo male, esco per andare da Giulia. Torno alle otto e non la trovo. Mentre cuocio la pasta per i ceci provo a chiamarla al telefono. Non risponde. Mando un messaggio a Paolo. Entra il marito, hai visto che brava la figlia. No, non ho visto e non so dov'è. Ha preso 29. Arriva lei gioiosa. Io ce l'ho ancora per la storia dei ceci e perché mi sono preoccupata non trovandola in casa e perché non mi ha chiamato per dirmi il suo bel risultato. Finisce che noi mangiamo i ceci e lei esce sbattendo la porta. Come ai vecchi tempi.

martedì 24 novembre 2015

Il Romanzo della Nazione

nel Romanzo della Nazione confluiscono due storie, quella della propria famiglia e quella del proprio paese, del paese che poteva essere e non è stato. La prima parte del libro di Maurizio Maggiani ha trovato in me una lettrice entusiasta: lo scrittore parte dalla morte del padre, annunciata da un segno concreto, l’affilarsi del naso e subito annuncia il tono semiserio con cui affronterà il racconto delle disgrazie familiari. Il rapporto tra Dinetto, il padre elettricista che ha lavorato dai dodici anni ai settanta senza mai fermarsi, che ama il canto e la poesia, e Adorna, la bellissima moglie, chiamata con il nome di una mula, donna abituata al dominio, nemica ferrea di ogni effusione ed espressione artistica, suscita nel figlio tenerezza e perplessità: “ero affascinato dalla solidità di quella loro unione senza amore”. Diversi in tutto nella vita, i genitori finiscono i loro giorni in compagnia di due badanti che più distanti tra loro non potrebbero essere: sobria e sincera la Gigantessa che si prende cura di Dinetto in preda all’Alzheimer, contrita di aver perso un’occasione di lavoro la Piagnona che accudisce Adorna in ospedale. Altro memorabile racconto nel racconto è quello della morte prematura dello zio Cesarino, ucciso dal padre Garibaldo con una fucilata perché l’aveva scambiato per un ladro mentre si aggirava di notte in preda a sonnambulismo. Il romanzo della Nazione vero e proprio è quello che Maggiani vorrebbe scrivere, divagando da Garibaldi a Cavour da Mao ai partigiani. Qui, confesso, mi sono un po’ persa e anche un po’ annoiata, ma il limite è tutto mio. Un’ultima curiosità: Maggiani si sofferma a un certo punto sulla sua esperienza in Rai come conduttore e annota riguardo agli autori, programmisti e registi che si trova intorno: “gente per bene mischiata a lavativi e raccomandati. L’arte segreta e ineffabile era riuscire a lavorare facendo finta che la metà dei presenti in redazione non fosse presente”. Attualissimo.       

lunedì 23 novembre 2015

dopo Napoli

che poi dietro al turismo compulsivo con cui ho affrontato Napoli c'era il desiderio di lasciarmi finalmente alle spalle la bambina spaurita che veniva presa in giro dai coetanei, sei nata a Napoli, quindi sei napoletana; quella che si schierava sempre dalla parte della madre (e per mamma la sua città era diventata la città dei suoceri, da cui si teneva il più possibile alla larga, non perché le facessero chissà che cosa, solo per la loro pesantezza); quella traumatizzata dallo scippo (il ladro che al semaforo spalanca la portiera della macchina e prende la borsa che mia madre aveva in grembo, papà che scende e prova a inseguirlo, noi tre agghiacciate di dietro). Ce n'è voluto di tempo perché potessi vedere Napoli come una che ci va per la prima volta e ne è conquistata. Gita terapeutica.

domenica 22 novembre 2015

Il mare non bagna Napoli


dei cinque racconti che compongono Il mare non bagna Napoli, un incontro con la città uscita dalla guerra, come lo definì la stessa Ortese nella prefazione scritta anni dopo, ce n’è uno bellissimo. S’intitola Interno familiare. Parla di Anastasia Finizio, una donna sulla soglia dei quarant’anni, che con il suo negozio di maglieria mantiene la madre, la zia, e i fratelli. Anastasia ha messo da parte i propri sogni, la sua vita è fatta di lavoro e dalla soddisfazione che le dà essere sempre elegante e circondata da rispetto. Basta l’incontro con una conoscente che le porta i saluti di Antonio Laurano, uno che le piaceva quando era giovane, per far crollare tutte le sue certezze. Antonio è tornato, dopo aver cercato fortuna per mare: e se avesse pensato a lei mentre era via? Se fosse possibile un futuro con lui, non per amore (Anastasia conosce i suoi limiti fisici, sa di non essere attraente), ma almeno per desiderio di stabilità? La crisi di Anastasia, tutta mentale, si risolve nel corso di un pranzo. Le arriva voce che Antonio è fidanzato e quello spiraglio su un’agognata felicità si chiude così come si era aperto. Un altro tipo di delusione, ancora più amaro, è nel racconto di apertura, Un paio di occhiali. La piccola Eugenia aspetta trepidante gli occhiali che costano “otto mila lire, vive vive”, grazie ai quali finalmente smetterà di essere quasi cecata; di fronte al nitido spettacolo della miseria non le resta che vomitare. Negli altri tre racconti Anna Maria Ortese entra in scena da giovane cronista tornata nella città della propria adolescenza. C’è la descrizione della folla stremata al Monte dei pegni, c’è la visita agli ultimi che vivono ai Granili e infine l’incontro con i giovani scrittori napoletani, che le valse all’epoca (il libro uscì nel 1953) critiche feroci. Di questi scrittori, uno è ancora vivo, Raffaele La Capria. Nel 1914 sono stati cent’anni dalla nascita di Anna Maria Ortese; peccato che tra i tanti anniversari che celebriamo con i nostri programmi televisivi questo sia del tutto sfuggito.

Napoli sotterranea

per scordarci della pioggia siamo partiti in tour per la Napoli sotterranea. Si scende a circa trenta metri di profondità, si vedono le cave da cui i greci ricavavano i blocchi di tufo, si visitano le cisterne dei romani, si ascoltano i racconti della guida sui "pozzari" incaricati dalle famiglie signorili di calarsi nei pozzi per tenerli puliti e sull'uso delle gallerie come rifugio antiaereo durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, si passa attraverso un cunicolo strettissimo e basso tenendo in mano una candela per farsi luce, si torna in superficie per scoprire tra i bassi un teatro greco dove prima c'era un'officina per motorini e nell'ultima tappa si riceve una pizza appena sfornata da un forno a legna. Oggi sottoterra c'era un gran traffico e, invece di fare un giro ogni ora, i gruppi partivano ogni dieci minuti, ma le giovani guide sono così brave che riuscivano a inventarsi soluzioni estemporanee per evitare di sovrapporsi negli stessi posti. La giornata è proseguita al Museo Archeologico dove ci sono le imponenti statue della collezione Farnese, molte delle quali provenienti dalle Terme di Caracalla, e mosaici e dipinti da Ercolano e Pompei. In metropolitana a Toledo per vedere la stazione e a piedi a palazzo Zevallos di Stigliano per l'ultimo angoscioso quadro di Caravaggio, il Martirio di Santa Orsola. Ora ci resta solo da recuperare la figlia, reduce dai bagordi notturni, e riprendere il treno. In due giorni non si esaurisce Napoli, ma ci si fa un'idea. Buffo che mercoledì io sia di nuovo qui, per lavoro stavolta. 

sabato 21 novembre 2015

il vento su Castel dell'Ovo

era da tanto che volevamo passare un week end a Napoli da turisti (troppi ce ne ho passati da bambina per far visita ai nonni senza visitare mai niente: scriteriati dei miei genitori!). La figlia si è aggregata perché a Napoli ha un sacco di amiche. Abbiamo preso il treno insieme, ha visto con noi il Cristo velato, San Gregorio Armeno, il Chiostro di Santa Chiara. Turisti ovunque e un'atmosfera festosa, diversa da quella pesante che si respira a Roma negli ultimi giorni. Si è aggregata la sua amica Viviana, abbiamo mangiato insieme alle due ragazze spaghetti alle vongole e pesce fritto da Dora, preso un caffè nel bar del padre di Viviana di fianco al liceo Umberto. Poi loro sono state raggiunte da Picci, che ospita stasera la figlia, e hanno cominciato a confabulare sul da farsi, mentre noi ci siamo diretti sul Lungomare. Nuvoloni grigi e un vento potente; a Castel dell'Ovo si era sferzati dalle ventate e gli occhi ci si sono riempiti di sabbia. Uno spettacolo il mare in tempesta e il cielo che si preparava alla pioggia. Mi è piombata addosso un'enorme stanchezza. Ora stesi in albergo, mentre il marito si appisola, riprendo l'Anna Maria Ortese de Il mare non bagna Napoli cominciato stamattina in treno. Non so se è peggio arrivare alla mia età senza aver visto il chiostro di Santa Chiara o senza aver letto questa Ortese.

venerdì 20 novembre 2015

Gli ultimi saranno ultimi


Alessandro Gassman nei panni del marito cialtrone che insegue un progetto per far soldi più fallimentare dell’altro funziona; Paola Cortellesi un po’ meno in quelli dell’operaia di buon cuore; poi c’è Fabrizio Bentivoglio che fa con molto impegno il carabiniere pavido e l’uomo mammadipendente: Gli ultimi saranno ultimi è la classica opera a tesi (qui la difesa delle donne incinte che perdono il lavoro) in cui dopo dieci minuti la trama e i suoi sviluppi non riservano sorprese. Aiuta il film di Massimiliano Bruno la rappresentazione di costume (i momenti della coppia con gli amici sono molto realistici).  Si sorride, ma per far ridere e piangere insieme ci vuole altro.

mia madre lavora all'isis

si è affacciato in saletta di montaggio Emiliano e ci ha raccontato di aver passato la notte in bianco. La figlia sedicenne era entrata in panico per uno scambio di messaggi con i compagni di classe. Una ragazza diceva di aver avuto notizia di attentati dalla madre che lavora al ministero degli interni, anzi aveva registrato la telefonata in cui la madre le diceva di non uscire di casa e aveva fatto girare il messaggio vocale tra gli amici. Di voce in voce si era arrivati alla conferma da parte di un'altra ragazza, "me l'ha detto anche mia madre che lavora all'Isis". Dove non arriva il terrorismo arriva l'ignoranza. Risultato del 20 novembre: licei di Roma nord semivuoti.

giovedì 19 novembre 2015

voglia di thriller

con Erika ci vediamo due, tre volte l'anno. In genere in una pizzeria dove chiacchieriamo accanite mentre io mangio una pizza e lei un'insalata. Ieri mi ha proposto un cinema e aveva anche le idee chiare sul film da vedere. Di Premonitions io non sapevo nulla, a lei attirava in quanto thriller e in quanto fan di Anthony Hopkins. Un serial killer uccide con una stilettata indolore dietro al collo un bambino, una signora nera, una giovane donna. I due poliziotti (Jeffrey Dean Morgan: di una bellezza travolgente, l'unica vera ragione per vedere questo film, e Abbie Cornish, una Barbie all'ennesima potenza) non sanno che pesci prendere e si rivolgono a un medico che collaborava con l'Fbi e che si è ritirato dopo la morte per leucemia della figlia (Anthony Hopkins più mummificato che mai). Il medico ha il dono della premonizione: toccando le persone vede il loro futuro (in più intuisce tutto il loro passato). Anche il killer (un Colin Farrell irriconoscibile rispetto a The Lobster) ha lo stesso dono e uccide chi è in fin di vita a causa di una malattia. Se non altro non mi sono addormentata al cinema e le chiacchiere con Erika ce le siamo fatte per strada, prima e dopo il film. La prossima volta pizzeria.

martedì 17 novembre 2015

un apericena fraterno

il nuovo parroco di una chiesa qui vicino ci ha scritto per comunicarci il suo insediamento e per invitarci a partecipare alla messa che terrà il primo sabato di dicembre. Per la lettera inviata a tutti gli abitanti del quartiere, sceglie uno stile scanzonato, fornisce il suo indirizzo di posta elettronica e dichiara che in questo nuovo incarico si rimetterà "in gioco come uomo e come prete". Chiede consigli a tutti. Io uno ce l'avrei. Offri da mangiare dopo la messa? Chiamalo come vuoi, rinfresco, merenda, spuntino, banchetto, ricevimento, festa, tutto tranne apericena. Apericena fraterno non si può sentire.

lunedì 16 novembre 2015

Sharon ride

dal mio scambio odierno di messaggi con il figlio (da quando è partito almeno un whatsup al giorno con lui ha un effetto rassicurante) è emerso che la sua padrona di casa, Sharon, si fa delle gran risate alle mie spalle. Ha deciso che sono il prototipo della mamma italiana che vorrebbe sempre il figlio attaccato alla gonna. Non la conosco, ma mi sta già molto antipatica. Che ti ridi Sharon.

domenica 15 novembre 2015

45 anni


qualunque storia d’amore vissuta sarà sempre meno affascinante di una storia d’amore immaginata. Kate era una ragazza quando ha incontrato Geoff, poi lo ha sposato e ha passato quarantacinque anni insieme a lui. Che prima di lei ci fosse stata una fidanzata, che questa fosse morta tragicamente cadendo in un crepaccio, Kate lo sapeva, ma era una cosa sepolta nel passato. L’unica cosa che succede nel film di Andrew Haigh (un film fatto tutto di espressioni e di gesti più che di fatti e parole) è l’arrivo di una lettera. Geoff apprende attraverso questa che il ghiacciaio sciogliendosi ha restituito il corpo della sua Katia e per qualche giorno si lascia dominare dal ricordo dei giorni passati con lei. La gelosia che devasta Kate, che la spinge a seguire il marito, a frugare tra le sue vecchie cose è spia di un’inquietudine pregressa: Kate forse rimpiange il figlio mai avuto, forse non sopporta di accudire il suo compagno dal cuore debole. I due vecchi coniugi non si rinfacciano niente e sono bravissimi a recitare il ruolo di persone appagate nella festa organizzata per i quarantacinque anni di matrimonio, ma dentro di loro è accaduto qualcosa d’irreparabile, hanno scoperto che non era quella la vita che avevano desiderato. È curioso che a raccontare le inevitabili miserie di un matrimonio protratto nel tempo sia un regista ventottenne. Charlotte Rampling riesce a restituire tutte le sfumature dei brutti pensieri di Kate attraverso uno sguardo, una camminata, un movimento di spalle.

sabato 14 novembre 2015

Così ha inizio il male


ci sono almeno due libri di Javier Marías che ho amato senza riserve, Domani nella battaglia pensa a me e Un cuore così bianco. Ne ho comprati e letti altri tre, di cui non ricordo nulla, se non che uno di questi non sono riuscita a finirlo. Leggendo (tutto d’un fiato) il suo recente Così ha inizio il male (tradotto da Maria Nicola per Einaudi) ho provato sentimenti contrastanti. All’inizio, ammirazione per lo stile (chi sa descrivere con tanta eleganza un personaggio: “era uno di quegli uomini che coltivano abitudini fisse riguardo al proprio aspetto, di quelli che non ammettono che il tempo passi e le mode mutino e neppure si accorgono di invecchiare – come se la cosa non li riguardasse, proprio non ci pensano, si sentono immuni allo scorrere del tempo – e in parte hanno ragione a non preoccuparsene e a non farci caso: evitando di mettersi al passo con l’età che avanza la tengono a bada; rifiutando di cedervi esteriormente riescono a non assimilarla, e così gli anni, timorosi – che su chiunque altro agiscono di prepotenza -, li lambiscono e li assediano ma non osano prendere il sopravvento…”?), poi esasperazione per lo stile (451 pagine di sfarfallamenti così mettono a dura prova la pazienza del lettore). Ma è stata soprattutto la trama a lasciarmi perplessa: perfetta nelle intenzioni e deludente nella realizzazione. Di che si tratta? Siamo a Madrid nel 1980, Juan ha ventitré anni e Eduardo Muriel, un regista di cui lui va pazzo, lo prende come assistente personale. Tra gli altri incarichi che gli dà c’è quello di scoprire chi sia veramente uno dei suoi amici, il dottor Van Vechten, un sessantenne di cui tutti parlano bene ma su cui circolano brutte voci legate al periodo franchista. Al giallo storico riguardante Van Vechten si aggiunge un giallo domestico: Juan non può non soffrire per il rancore che Muriel manifesta per la moglie Beatriz e solo alla fine il giovane arriverà a sciogliere i due misteri. Si respira nel libro un’atmosfera torbida, Marías sembra suggerire che il dopo Franco, oltre ad essere caratterizzato dal desiderio di assoluzione generalizzata, è anche un periodo di sfrenatezza sessuale. Dicevo che la trama delude: la storia tra Beatriz e Eduardo si riduce a quella di un matrimonio contratto con l’inganno e quella del dottore a una depravazione da collezionista, odiosa quanto si vuole, ma anche un po’ ridicola. Quanto a morbosità, Marías non risparmia neppure il suo protagonista (basta vedere chi sposa e perché). Dopo questo romanzo grondante di fantasie sessuali maschili viene voglia di Trollope.