martedì 24 novembre 2015

Il Romanzo della Nazione

nel Romanzo della Nazione confluiscono due storie, quella della propria famiglia e quella del proprio paese, del paese che poteva essere e non è stato. La prima parte del libro di Maurizio Maggiani ha trovato in me una lettrice entusiasta: lo scrittore parte dalla morte del padre, annunciata da un segno concreto, l’affilarsi del naso e subito annuncia il tono semiserio con cui affronterà il racconto delle disgrazie familiari. Il rapporto tra Dinetto, il padre elettricista che ha lavorato dai dodici anni ai settanta senza mai fermarsi, che ama il canto e la poesia, e Adorna, la bellissima moglie, chiamata con il nome di una mula, donna abituata al dominio, nemica ferrea di ogni effusione ed espressione artistica, suscita nel figlio tenerezza e perplessità: “ero affascinato dalla solidità di quella loro unione senza amore”. Diversi in tutto nella vita, i genitori finiscono i loro giorni in compagnia di due badanti che più distanti tra loro non potrebbero essere: sobria e sincera la Gigantessa che si prende cura di Dinetto in preda all’Alzheimer, contrita di aver perso un’occasione di lavoro la Piagnona che accudisce Adorna in ospedale. Altro memorabile racconto nel racconto è quello della morte prematura dello zio Cesarino, ucciso dal padre Garibaldo con una fucilata perché l’aveva scambiato per un ladro mentre si aggirava di notte in preda a sonnambulismo. Il romanzo della Nazione vero e proprio è quello che Maggiani vorrebbe scrivere, divagando da Garibaldi a Cavour da Mao ai partigiani. Qui, confesso, mi sono un po’ persa e anche un po’ annoiata, ma il limite è tutto mio. Un’ultima curiosità: Maggiani si sofferma a un certo punto sulla sua esperienza in Rai come conduttore e annota riguardo agli autori, programmisti e registi che si trova intorno: “gente per bene mischiata a lavativi e raccomandati. L’arte segreta e ineffabile era riuscire a lavorare facendo finta che la metà dei presenti in redazione non fosse presente”. Attualissimo.       

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