mercoledì 30 dicembre 2015

verso il mare

dopo una giornata di ozio, oggi siamo stati sin troppo attivi. Sveglia alle sette; tre ore di macchina per arrivare a una spiaggiona di surfisti per soddisfare il desiderio del figlio; sosta a Galle, passeggiata sul vecchio forte, pranzo, foto dei ragazzi con scimmia e pitone (mamma toccalo! No, grazie); gita in barca sul fiume per vedere le mangrovie; sosta per vedere le tartarughe di mare; di nuovo in pulmino verso il mare sotto Colombo. Ragazzi felici: dei meravigliosi Buddha nella giungla avrebbero fatto volentieri a meno, mettersi sul collo una scimmietta e un serpente stonato li ha riempiti di entusiasmo. Io ho dovuto rinunciare per tutto il giorno alla lettura di Padiglioni lontani un polpettone inglese ambientato in India a fine Ottocento che mi tiene con il fiato sospeso; domani e dopo domani sarà full immersion.

martedì 29 dicembre 2015

La luna del pesce monaco

in questi racconti del 1992, pubblicati due anni dopo da Feltrinelli nella traduzione di Vincenzo Vergiani, Romesh Gunesekera entra e esce da Sri Lanka: un personaggio che vive in Inghilterra sogna di tornarci per aprire una pensione; un altro parte per andare a trovare un nipote cresciuto all'estero; una coppia risente del conflitto tra tamil e singalesi pur vivendo lontano ed amandosi molto. A colpirmi di più è stato il secondo racconto con due giovani turisti in visita a Sigyria. C'è la guerra e sono soli in albergo: il direttore si dà da fare intorno a loro, cercando di riempirli di premure per farsi perdonare le interruzioni di corrente e gli altri disservizi. Praticamente io e il marito nel nostro primo viaggio in Sri Lanka. Già da questo suo primo libro Gunesekera evoca lo spirito dell'isola senza tralasciarne gli aspetti più bui con grande efficacia narrativa.

in fila per il leopardo

dopo una mattina in pulmino a rotta di collo dalle colline al mare, per una strada spettacolare tutta curve tra giungla e piantagioni di tè, siamo arrivati all'hotel Safari con appena mezz'ora per riprenderci, prima di salire sulla jeep per andare a vedere gli animali nel parco naturale di Yala. Oltre alla nostra c'erano una cinquantina di jeep a contendersi uno stretto sterrato. È andato tutto bene finché qualcuno non ha visto un leopardo che dormiva sotto un cespuglio. A quel punto si è creata una fila che neppure al Muro Torto quando gioca la Roma. Per fortuna il nostro autista ha dato il buon esempio e ha spento il motore, seguito dagli altri: venire in una riserva naturale e intossicarsi per i fumi delle jeep era troppo. Dopo il leopardo (di cui ho intravisto un pezzo di manto tra le foglie) ci siamo sbizzarriti a fotografare bufali, cinghiali, elefanti, pavoni, gazzelle, tucani, aquile. Niente a che vedere con l'organizzazione perfetta del safari in Sud Africa, ma anche se sgangherato il tour è stato bello e i ragazzi erano su di giri. Che stanchezza: troppi chilometri e neppure un passo a piedi, ho bisogno di camminare!

domenica 27 dicembre 2015

Barriera di coralli

in Barriera di coralli Romesh Gunesekera mette in scena il classico rapporto servo/padrone. L'undicenne Triton entra in casa di Mister Salgado a undici anni: ha fatto solo la quinta elementare ed è ansioso di imparare. Del suo padrone lo affascina tutto: la cultura, il gusto, l'autorevolezza. Joseph, il cameriere che lo maltratta, viene cacciato per ubriachezza; la cuoca Lucy si ritira per vecchiaia e Triton assume l'ambito ruolo di tuttofare. Qualche anno dopo, quando entra in scena Miss Nili, la fidanzata di Salgado il rapporto tra servo e padrone invece di andare in crisi si rinsalda: Triton è diventato un cuoco raffinato e la giovane donna è entusiasta dei suoi pasti e glielo manifesta riempiendolo di gentilezze. Fuori dalla villa sul mare però la situazione politica degenera finché Salgado non decide di abbandonare Sri Lanka insieme al suo fedele Triton. Uno spaccato di vita srilankese negli anni sessanta/settanta, un romanzo di formazione inconsueto e pieno di fascino. Pubblicato da Feltrinelli nel 1997 nella traduzione di Vincenzo Vergiani.

puzza e profumo

la nostra guida Kamal sapeva che andare a visitare il dente di Buddha a Kandy alle nove non era una buona idea, ma questo è quanto siamo riusciti a ottenere dai ragazzi che la mattina sono sempre affranti. Entrare nel tempio è stato relativamente facile; poi è arrivata una gran massa umana e non si usciva più. Tutti a piedi nudi, bagnati dalla pioggia e pigiati: una puzza indescrivibile. Ci ha aiutati a sgusciar fuori l'esibizione del vaso d'oro con dentro il dente: a quel punto tutti i devoti volevano passargli davanti e noi abbiamo potuto ritirarci, sottraendoci alla calca maleodorante. Kandy si sviluppa attorno a un lago, ma il tempo pestifero non ci ha consentito di ammirarne il panorama dall'alto (così come ci ha rovinato la gita alle piantagioni di tè di Nuwara Eliya: colline e cascate erano immerse nella pioggia e nella nebbia). Ci è andata meglio ai giardini reali, dove, in un raro sprazzo di sole, abbiamo ammirato piante di tutti i tipi, pipistrelli, scimmie, e ci siamo rifatti il naso con il profumo dei fiori. Pomeriggio di lettura in albergo mentre fuori diluvia; oggi chiudo con le letture srilankesi, per fortuna Romesh Gunesekera è stato una valida scoperta.

sabato 26 dicembre 2015

con il figlio

mesi fa, quando abbiamo programmato questo viaggio, scioccamente mi preoccupavo che avremmo distolto il figlio dallo studio, facendolo ripartire a breve distanza dal suo ritorno dall'Australia. Non immaginavo quanto potesse essere prezioso questo tempo che stiamo passando insieme. Prima di tutto parliamo. Nelle pause tra una visita e l'altra in piscina mi descrive Coolum (e non sono tutti racconti edificanti: ha saltato la scuola ben più delle due volte che sapevo, facendosi coprire dalla padrona di casa con false malattie). Poi mi esprime le sue preoccupazioni: fa il bullo ma ha una gran paura di affrontare le prime interrogazioni, non sa come recuperare la matematica fatta in classe finora e i quattro canti del Purgatorio di Dante che lo aspettano (qui entro in scena io, o almeno spero). Vorrebbe andare a trovare Virginia a Torino; vorrebbe andare a sciare dal cugino; vorrebbe cambiare liceo per uno più semplice; vorrebbe fare il test di ingresso alla Bocconi; vorrebbe fare l'università all'estero ma dopo uno o due anni sabbatici: è molto molto confuso e credo che stare un po' con noi lo possa aiutare a chiarirsi le idee. Stasera lui e la sorella, terrorizzati dal cibo locale, dopo la brutta esperienza in Birmania, vorrebbero restare in albergo e perdersi la serata a Candy. Invece di un curry voluttuoso mangiare una schifezza di pizza in hotel, un film al computer invece che la città di notte, due risate senza gli onnipresenti genitori: che male c'è? L'importante è far accettare al marito l'idea di separare temporaneamente i nostri destini dai loro.

venerdì 25 dicembre 2015

Amori e foglie di tè

allieva ad Harvard di Jamaica Kincaid, Vasugi Ganeshananthan ha tirato fuori un romanzo dalla tesi di laurea sulla propria storia familiare. Amori e foglie di tè parte dall'incontro in Canada della protagonista e io narrante, la ventiduenne Yalini, con la cugina diciottenne Janani. A Toronto Janani è venuta ad accompagnare Kumaran, il padre malato terminale di cancro. Sarà la famiglia di Yalini a occuparsi di lui ora che non può più combattere con le sue Tigri in Sri Lanka. Il confronto è quello tra una ragazza di origine tamil nata e cresciuta negli Stati Uniti e una ragazza tamil, figlia due guerriglieri srilankesi, rimasta orfana di madre e promessa sposa a un giovane combattente. Mentre Yalini, che è nata nel luglio 1983 - per i tamil il luglio nero, in cui sono divampate le violenze contro di loro - è piena di domande sugli scontri in Sri Lanka, sui torti e sulle ragioni in campo, Janani crede fermamente nella lotta armata. Purtroppo non basta un tema forte come questo e non basta essere grandi lettrici (la protagonista si diffonde sul suo amore per la lettura cominciato a tre anni) per scrivere un bel romanzo. Yalini passa dal terrorismo all'amore matrimoniale, dalla diaspora dei tamil alle vicende delle sue zie, e alla fine al lettore resta l'impressione di un paese visto da lontano, più amato che capito. Tradotto da Laura Prandino per Garzanti nel 2008.

giovedì 24 dicembre 2015

Sri Lanka ora e allora

il nostro primo viaggio in Sri Lanka l'abbiamo fatto alla fine degli anni ottanta. Non eravamo ancora sposati, non ci pensavamo proprio, ed eravamo abbastanza incoscienti: Sri Lanka era in piena guerra civile, c'era il coprifuoco e in alcuni alberghi eravamo gli unici ospiti. I prezzi erano molto bassi e girare con un autista tutto per noi ci sembrava un lusso straordinario. Di quel viaggio mi erano rimaste nel cuore tre cose: il sorriso del Buddha scolpito nella pietra di Polonnaruwa; le verdissime piantagioni di tè di Nuwara Eliya e la rocca di Sigirya. Quest'ultima in particolare mi era parsa un luogo stregato: avevamo salito duemila scalini fino a trovarci dentro una caverna adorna di pitture rupestri raffiguranti donne magre con grandi tette, simbolo di abbondanza e prosperità. Inutile dire che scoprire Sigirya in perfetta solitudine aveva aggiunto fascino a un luogo che ne ha in abbondanza. L'esperienza di oggi è stata molto diversa: sembrava che tutta Sri Lanka si fosse riversata sulla rocca. La guida ci ha detto che l'afflusso straordinario era dovuto alla combinazione tra il giorno di festa e la luna piena. Tutto quello che abbiamo perso in misticismo però l'abbiamo guadagnato in divertimento: pigiati insieme ai figli in una folla di nativi con bambini anche piccolissimi abbiamo riso degli spintoni ricevuti, del sudore degli spintonanti e delle buffe pose di chi si fotografava sul baratro. La discesa con il buio, poi, è stata una vera avventura: sarebbe bastato che qualcuno mettesse un piedi fuori posto per ruzzolare tutti giù per i duemila scalini... Il Buddha di Polonnaruwa è sempre bellissimo ma gli hanno costruito sopra una tettoia che lo sottrae alla sua cornice naturale che è la giungla, e le scimmie, che popolano tutta l'aerea, ora da lì si tengono lontane. Chissà se alla fine del giro i figli saranno conquistati come noi da questo paese; per ora se lo godono ma ostentano scetticismo.

mercoledì 23 dicembre 2015

I giardini di Ceylon

nove ore di volo passate in compagnia de I giardini di Ceylon di Shyam Selvadurai: un incrocio tra Jane Austen e George Eliot, con un eroe omosessuale che sacrifica la propria felicità in nome della famiglia, e un'eroina che sfugge a ben tre matrimoni e riesce a conservare la sua indipendenza anche economica. L'immersione nella Colombo del 1927 non poteva essere più felice: Selvadurai, che è del 1967, ricostruisce il clima di attesa che si respirava a Ceylon alla fine degli anni venti, tra aspirazioni all'indipendenza dall'Inghilterra, aspirazioni delle donne al voto, aspirazioni al suffragio universale. Le storie raccontate sono quelle di Balendar, un quarantenne tamil facoltoso, che si è sposato e ha avuto un figlio, pur sapendo di essere omosessuale e avendo avuto un grande amore con un inglese in gioventù; e quella di Annalukshmi, che a ventidue anni fa l'insegnante, vorrebbe andare in bicicletta e diventare direttrice di una scuola. Accanto a questi due filoni principali (intrecciati, perché i protagonisti sono lontani cugini), si dipanano altri destini, tutti emblematici della travagliata storia dell'isola e appassionanti come nella migliore tradizione inglese. Il romanzo è uscito nel 2003 dal Saggiatore, tradotto da Erica Mannucci; è fuori commercio, io l'ho trovato usato. Varrebbe davvero la pena di ristamparlo o di fornirlo in eBook.

lunedì 21 dicembre 2015

Perfect Day

gran bel film Perfect Day. Per racconta l’assurdità della guerra il regista spagnolo  Fernando León de Aranoa sceglie lo scenario dei Balcani verso la fine del conflitto degli anni Novanta. Colline bombardate, paesi abbandonati, vecchi e bambini spauriti, mine e pozzi avvelenati. Benicio Del Toro è Mambru, capo di una squadra di operatori umanitari; accanto a lui ci sono l’avventuriero B. (Tim Robbins); un interprete; una francese esperta di acqua e un’americana che deve valutare se tenere in piedi la missione e come vendicarsi della passata relazione con lo stesso Mambru. I personaggi scherzano tra loro dalla mattina alla sera per esorcizzare paura e dolore, ma ovunque si respira aria di morte. Al centro del film c’è un bambino che spera di ritrovare i genitori; neanche il nonno ha il coraggio di dirgli cos’è successo. Intanto i caschi blu si aggirano inutilmente e la burocrazia paralizza ogni iniziativa. I combattimenti finiscono, restano gli spaventosi segni dell’ insensata violenza. 

domenica 20 dicembre 2015

Christmass


la figlia addomesticata

da piccola era come un gatto selvatico: sempre pronta a sfoderare le unghie, non sapevamo mai di preciso dov'era. Con la saggezza dei vent'anni è diventata un gatto domestico: viene a farti le fusa intorno quando torni a casa, te la ritrovi acciambellata sulle ginocchia quando meno te l'aspetti. Mi ci sto quasi abituando, ma ieri, nella cena prenatalizia con amici, il comportamento espansivo della figlia nei miei confronti ha suscitato stupore. La sera prima è riuscita persino a non offendersi per il mio commento spiacevole sulla sua tenuta da discoteca: le ho detto sembri un trans, lei è scoppiata a ridere. È proprio cresciuta.

sabato 19 dicembre 2015

Le ricette della signora Toku


il titolo italiano, la locandina e il trailer facevano presumere la storia di un posto di ristoro rivoluzionato dall'abilità culinaria di una vecchietta dimessa. In realtà il film della regista Naomi Kawase parla solo marginalmente di cucina ed è tutto incentrato sull’incontro tra dolenti solitudini. C’è Toku che ha passato i settant’anni e cerca un lavoro, senza badare alla paga; c’è Sentaro, un uomo ancora giovane ma dallo sguardo spento che ogni giorno prepara i dorayachi per pagare il suo debito; c’è una studentessa che mangia i dolci avanzati e ha solo un canarino a tenerle compagnia. Sentaro e la ragazza sono incantati dalla bravura e dalla dedizione con cui Toku fa la marmellata di fagioli, ma Toku è molto più che una straordinaria cuoca: nonostante abbia avuto una vita spaventosa, ha mantenuto la capacità di stupirsi e di rallegrarsi. Si esce dal cinema con gli occhi ancora pieni dei fiori di ciliegio.

Irrational Man


dopo aver passato la propria giovinezza tra l’impegno politico in ogni parte del mondo, le droghe e lo studio della filosofia, Abe Lucas (Joachin Phoenix perfettamente calato nella parte) è un uomo di mezza età, appesantito e disilluso. Arriva in un piccolo college, preceduto dalla sua fama di brillante saggista e di amante seriale, ma non riesce più a scrivere ed è pure diventato impotente; solo la fiaschetta di whisky che porta sempre con sé gli dà un po’ di conforto. Due donne gli si appiccicano addosso: la prima è una collega che insegna materie scientifiche e non vede l’ora di fare sesso con lui e persino di scapparci in Spagna, l’altra una studentessa attraente, estasiata dalle sue lezioni. La seconda, Jill (Emma Stone, brava come sempre ma doppiata da cani), finisce casualmente per scuotere Abe dalla sua inerzia: gli fa ascoltare la conversazione dei vicini di tavolo e così il professore scopre un modo per riscattare la sua vita. Avvelenato contro gli intellettuali che si sforzano di giustificare se stessi in un mondo che appare loro insensato, Woody Allen costruisce un film piccolo e monotematico, lontano dalle gloriose architetture di opere come Match Point. Io l’ho visto con piacere, mentre accanto a me Giulia scuoteva la testa.

giovedì 17 dicembre 2015

la mia ricetta contro l'infelicità

il primo ingrediente è semplice: un treno. Il secondo sembra semplice e invece è un po' complicato: un libro bello (la complicazione sta nel fatto che per capire se un libro è bello devi essere un po' avanti nella lettura, non basta averlo sfogliato, ma perché la ricetta funzioni, il libro deve essere intonso). Quando sei salita sul treno e il libro ti ha preso la destinazione diventa superflua (se è un posto di mare e la giornata è soleggiata la ricetta non può fallire). A fine giornata, sul treno di ritorno, dopo aver finito di leggere, provi a ricordarti perché ti girava così male e te lo sei scordato. Sei ancora dentro il libro, piena di quelle sensazioni lì. Il giorno dopo, al lavoro, quello che ti feriva ti scivola addosso. Mi sa che mi farò un abbonamento a trenitalia.

mercoledì 16 dicembre 2015

Lila

leggendo Casa sono rimasta folgorata dalla potenza narrativa di Marilynne Robinson; Lila mi ha dato la conferma che questa scrittrice americana è dotata della rara capacità di trascinare il lettore lontanissimo da sé, di incollarlo ai suoi personaggi. Il libro comincia così: “La bambina se ne stava al buio sui gradini dell’uscio, le braccia strette intorno al corpo per difendersi dal freddo, senza più lacrime e quasi addormentata”: una bambina, uno stato di degrado. Arriva Doll e di Doll non sappiamo nulla, se non che quasi tutte le notti va a dormire in quella specie di comune in cui si trova la bambina. Doll la prende, la mette dentro uno scialle e scappa con lei. Lila adulta è una donna spaesata e ferita che vaga per l’America; il suo unico avere è il coltello di Doll. Arriva per caso a Gilead, un villaggio nel nulla: entra in chiesa e incontra iI reverendo John Ames, che ha il doppio dei suoi anni e s’innamora all’istante di lei. “Il vecchio”, come lo chiamerà sempre tra sé e sé, pure quando sarà diventato la persona a lei più cara al mondo, non tenta subito di addomesticarla, si mostra solo felice quando lei ricompare e darebbe qualunque cosa per ascoltarla. Oltre a essere un bellissimo libro sull’amore e su una coppia all’apparenza improbabile, Lila ha la particolarità di ritornare sulla scena del romanzo Casa (e su quella di Gilead, che non ho ancora letto perché in italiano risulta esaurito) cambiando completamente prospettiva. In Casa il reverendo Ames era solo il vicino e il miglior amico del padre della protagonista, un personaggio secondario, anche un po’ detestabile per il suo moralismo; qui lo stesso reverendo visto dalla moglie è un uomo capace di una tenerezza infinita. Non sarò mai grata abbastanza a Paolo Giordano per avermi fatto scoprire Marilynne Robinson. Molto brava, come sempre, Eva Kampmann che ha tradotto Lila per Einaudi.

a breve termine

può darsi che a lungo termine l'investimento sul semestre in Australia del figlio si riveli un successo; a breve scontiamo la sua difficoltà a reinserirsi nella routine familiare, la sua voglia di sfidarci, dimostrandoci che è grande e si sa amministrare, e infine la sua disabitudine a concentrarsi nel studio. Ieri sera è andato alla festa dei diciotto anni di un suo amico e stamattina non c'è stato verso di farlo alzare: aveva deciso di entrare alla seconda ora e così ha fatto, nonostante le perorazioni e minacce mie e del padre. Con me in particolare ha un atteggiamento provocatorio: vede che sono delusa dal modo superficiale con cui sta affrontando la scuola e lo ostenta. Non immaginavo un dicembre così. Tra una settimana saremo tutti e quattro su un aereo verso Sri Lanka: tra un elefante e un Buddha saremo capaci di ritrovarci?

martedì 15 dicembre 2015

la vita è sopravvalutata

non bastano le malattie, gli incidenti, le catastrofi, il terrorismo, la vecchiaia, il tartaro (la presente riflessione è nata mentre subivo la dolorosa pulizia dei denti) c'è anche una massa di gente molesta che s'impegna a rovinare le giornate degli altri; la morte non sarà meglio?

lunedì 14 dicembre 2015

Il sacrificio di Éva Izsák

Il sacrificio di Éva Izsák è un libro breve che si legge d’un fiato. Januaria Piromallo si è imbattuta per caso nel la storia vera dell’ebrea unghesere Éva, nata nel 1925 e morta nel 1944 a diciannove anni. A parlarle di questa ragazza è il filosofo Imre Toth, che in vecchiaia si vuole togliere un grosso peccato dalla coscienza. La morte di Éva infatti non è stata causata dai nazisti (che stermineranno nei campi di concentramento quasi tutta la numerosa famiglia di cui lei faceva parte), ma è stata ordinata dai suoi stessi compagni, che le hanno fatto ingerire una fiala di cianuro. Sulla scorta del racconto di Toth e del memoriale scritto anni dopo da Maria, la sorella di Éva, Piromallo ripercorre le tappe di vita della sua protagonista. Éva ha il solo torto di crescere all’ombra della propaganda marxista: sin da bambina aderisce ai gruppi sionisti, studia, legge, si appassiona, crede nella Causa e nei suoi portavoce. Quando si scatena la caccia agli ebrei, è costretta a separarsi dall’amata sorella, finisce in un gruppo di fanatici capitati da Imre Lakatos, che poi diventerà un filosofo famoso, seguace di Popper. È proprio Imre a decretare la condanna a morte di Éva. Perché? La versione ufficiale è che Éva non ha tratti ariani ed è molto emotiva: si teme che, se catturata, potrebbe fare i nomi degli altri. Piromallo però propende per un’altra spiegazione: votare all’unanimità la decisione di far suicidare Éva ha la funzione di rinsaldare il gruppo, sacrificando il membro più giovane. C’è poi nel racconto una strega cattiva, la compagna del capo,  gelosa degli sguardi che il suo uomo rivolge alla ragazza. Éva come Biancaneve (ma senza cacciatore pietoso) ed Éva come Ifigenia. Una storia ricostruita con molta partecipazione ed efficacia narrativa che ha il pregio di denunciare la violenza ideologica di qualunque matrice. Edizione Chiarelettere. 

domenica 13 dicembre 2015

i postumi

stanotte sono stata visitata in sonno da tre signore: quella che avevo intervistato a Napoli e che era rimasta fuori dal video finale, quelle che non avevo intervistato in teatro perché correvo dietro alla Nannini. Volevano sapere conto e ragione della loro esclusione. Poi ci si è messa anche la regista che non era contenta del mio lavoro sulla versione italiana del documentario. Mi sono svegliata con la testa pesante come un macigno, la gola in fiamme e un mal di pancia lancinante. Non so quanto mi abbia giovato la decisione di trascinarmi in palestra. Sicuramente a darmi il colpo di grazia ha pensato la suocera: per festeggiare il ritorno del nipote dall'Australia ha assemblato un deflagrante concentrato di calorie, l'insieme tra un pranzo di natale, uno di capodanno e uno di pasqua. Pomeriggio in catalessi. Il dopo montaggio è quasi peggio del montaggio.

sabato 12 dicembre 2015

fino all'una

una giornata lavorativa così lunga (dalle otto di mattina all'una del giorno dopo) dentro le tre stanze interrate del montaggio, con l'unico ristoro di una baguette a pranzo e uno spicchio di pizza a cena consumati davanti ai computer, non mi era ancora capitata. E avessi almeno lavorato intensamente! E' stata tutt'una attesa: attesa del proprietario che è arrivato in ritardo, attesa che recuperasse le chiavi per accendere la luce, attesa che i montatori trasferissero i dati di una sala all'altra, attesa che portassero in un altro montaggio l'audio che era venuto male, attesa che recuperassero i file perduti nel trasferimento... Verso le dieci di sera stavo collassando. Non era solo la fatica fisica o il bisogno di aria (tutti fumavano là dentro), era la sensazione di essere rimasta incastrata dopo un fuggi fuggi generale. Mi ero proposta per coprire l'intera giornata pensando che oggi sarei andata al mare; è finita che mi hanno costretta a rinunciare ai miei propositi di fuga e a tornare in quel caos per chiudere insieme agli altri. Il problema è stando chiusa lì si perde la cognizione della realtà, non si riesce più a relativizzare, le critiche diventano inaccettabili. Ora mi faccio una doccia e mi avvio di nuovo a piedi a Mazzini. Per strada mi ripeterò la seguente frase, qualunque cosa ti dicano non te la prendere. Devo assolutamente liberarmi di tutta questa stupida tensione.

giovedì 10 dicembre 2015

la crisi vista dal montaggio

dove montavamo prima c'erano cumuli di polvere, scaffali pieni di cassette, ogni tipo di macchine di cui molte in disuso: i segni di passati fasti. Dove montiamo ora non c'è niente: tre locali cantina gelati adibiti a salette, tre computer noleggiati; per registrare una lettura si va nella radio libera di fronte dove ti chiudono in uno sgabuzzino con lo speaker. Il proprietario con gli occhiali sulla testa calva lavorava nell'industria del turismo: si è riciclato in corsa, è molto disponibile, corre avanti e indietro, offre caffè, acqua e sorrisi; dichiara candidamente di non capire nulla del mestiere in cui si è buttato. Ha vinto una garetta d'appalto al ribasso e ora fa fronte come può a richieste che non capisce fino in fondo. I montatori li ha reclutati all'ultimo minuto: c'è quello che si dichiara bravissimo e in una serata parla al telefono con il padre, la nonna, la zia, l'amico barbone, chiede consigli su come riprendersi la fidanzata, non vede l'ora di tornare a casa per verniciare i termosifoni; c'è quello dignitoso che si sente a disagio, intravede ovunque problemi, mette le mani avanti, parla a voce bassa e non riesce a darti del tu. Io sono stanca morta e questo circo non mi diverte più. Domani un'altra giornata lunghissima, poi basta.

mercoledì 9 dicembre 2015

16-24

il loquace macellaio, vedendomi apparire a un'ora insolita, mi ha chiesto cosa mi fosse successo. Così ho potuto esternare tutta la mia contrarietà a un turno di montaggio che non mi è per nulla congeniale: fatemi lavorare dalle otto di mattina, dalle sette, ma non pretendete da me lucidità dopo le otto di sera. Fosse solo l'orario il problema. La puntata va chiusa sabato perché deve andare in onda domenica, non c'è una cosa che vada liscia (il documentario ha dei drop video, l'audio va preso dalla prima versione, le riprese in teatro sono disastrose, abbiamo cambiato società di montaggio all'ultimo momento e questa continua a cambiarci i turni). Spompatissima prima di cominciare.

martedì 8 dicembre 2015

I capelli di Harold Roux


ne I capelli di Harold Roux si racconta di Aaron, uno scrittore di mezza età che sta scrivendo un libro su Allard, un giovane che vorrebbe fare lo scrittore ed è il migliore amico di Harold, un aspirante scrittore che gli dà da leggere il suo pessimo libro: questo il gioco di specchi letterario all’interno del romanzo. La cornice ci presenta Aaron solo in casa: ha dimenticato l’anniversario di nozze dei suoceri e quando se ne accorge è troppo tardi per raggiungere moglie e figli. Aaron ha dunque tempo per dedicarsi alla scrittura, anche se è distratto dai problemi di un insegnante che non consegna la tesi di dottorato, di un ragazzo che non dà più notizie alla madre e di una donna che lo attira e ha un marito violento. È un libro che parte in sordina quello di Thomas Williams: solo verso la fine ti accorgi che non puoi più mollarlo ed è il romanzo nel romanzo, la storia di Allard e di Harold, quella che davvero t’interessa, perché è la storia di Aaron da giovane e dello stesso Williams da giovane, la storia di quel momento nella vita di una persona in cui tutto è possibile, hai vent’anni, senti di avere un talento, vuoi piacere e dare piacere, ti preoccupi di cosa è giusto e di cosa è sbagliato ma sei pronto a violare ogni principio in nome dei tuoi impulsi. La descrizione della disastrosa festa che Allard organizza nel paese dei lillipuziani il giorno prima della fine dei corsi universitari è un pezzo di bravura letteraria e il fatto che ogni tanto la narrazione rimanga in sospeso perché riappare Aaron con le sue beghe quotidiane accresce la tensione invece di allentarla. Bella anche la breve postfazione in cui la figlia di Williams rievoca la figura paterna. Tradotto da Nicola Manuppelli e Giacomo Cuva per Fazi.

pronti a tutte le emergenze

stamattina affacciandomi alla finestra ho visto un'incredibile parata di ambulanze. Ai più svariati mezzi di polizia, qui nei dintorni del Vaticano, siamo abituati, ma tutto questo personale della croce rossa faceva molta impressione. Hanno anche tirato fuori le barelle e poi le hanno rimesse a posto. Sembrava che l'emergenza invece di essere un'ipotesi fosse già una realtà. È il giubileo. Ci abitueremo anche questo?

serio e referenziato


lunedì 7 dicembre 2015

Mon Roi

Tony si butta giù come una matta con gli sci e si rompe un ginocchio. La lunga riabilitazione in una clinica specializzata le dà il tempo di ripercorrere con il pensiero la storia d’amore che le ha fatto vivere i momenti più belli e più brutti della sua vita e di prenderne le distanze. Tony è Emmanuelle Bercot, che ha meritatamente vinto il premio come miglior attrice a Cannes per come si è messa in gioco in questo ruolo di donna innamorata; lui, Giorgio, è un Vincent Cassel, impegnato a sfoderare tutto il suo fascino: s’incontrano in una discoteca, si piacciono, fanno l’amore, si divertono tanto, decidono di avere un figlio, si sposano, lui comincia a tradirla e a sparire, lei piange e s’impasticca, si lasciano e si riprendono, s’insultano, lei soffre, lui soffre. Il bello del film di  Maïwenn Le Besco è l’estrema concentrazione sul rapporto di coppia: non sappiamo quasi nulla di loro (lei fa l’avvocato, lui ha un ristorante; lei ha un fratello affettuoso, lui un padre che non vede mai e che non vediamo neppure noi); il brutto è la durata eccessiva (dopo un po’ lo spettatore non ne può più delle dinamiche tra i due). Ci sono delle ingenuità (lei deve aspettare di trovarlo a letto con una ragazza per scoprire che fa uso di droghe) , ma resta la sincera esplorazione dell’abisso che c’è in certe persone tra la capacità di amare e quella di voler bene. Contenta di averlo visto con la figlia: non mi pare il tipo da perdere la testa per uno sciupafermmine, ma sempre meglio cercare di fornirsi di anticorpi culturali. 

sabato 5 dicembre 2015

la sfogliatella delle otto

stanno arrivando, oggi è stato tutto un aspettare all'insegna dello stanno arrivando. Alla fine sembrava che dovessi rinunciare al mio treno delle venti e trenta perché Gianna Nannini al teatro Sannazzaro non arrivava mai. È arrivata alle sette e mezza, raffreddatissima e tra i flash dei fotografi ha raccontato alla mia telecamera il suo amore per Elsa Morante e per il suo Mondo salvato dai ragazzini. Così sono corsa al taxi e ho fatto anche in tempo a comprare le sfogliatelle e a mangiarne una, visto che ero digiuna dalla mattina. Mentre Sandro e Patrizia impazzivano in teatro per l'imprevista presenza di bambini (riprendere minori in televisione vuol dire riempire un sacco di scartoffie), e per la scarsezza delle luci, io ho potuto fare le mie intervistine in albergo con la massima tranquillità. Tra i capricci della Vanoni e i bei racconti di Maggiani, che ho fatto parlare anche del suo libro sulla Nazione, il pomeriggio è volato. Sono cotta.

ottimismo

serata carina con figli famelici e loquaci, notte di sonno profondo, risveglio con il sole, marito affettuoso che mi porta al treno. Mi aspetta un pomeriggio di interviste a Napoli tra albergo e teatro con personaggi non facili. Non sarà una passeggiata ma le forze ce l'ho.

venerdì 4 dicembre 2015

riadattarsi

sembra che a subire la fatica di riadattarsi alla solita vita familiare non sia il figlio adolescente che è stato via, ma la madre che lo aspettava trepidante, cioè io. Il figlio continua a essere di ottimo umore e a riscuotere consensi in giro per il suo aspetto sfolgorante e la sua tenuta psicologica, mentre la mia preoccupazione per il suo anno scolastico cresce. Me l'ero figurato chino sui libri a cercare di recuperare il tempo perduto; questo al momento sembra l'ultimo dei suoi pensieri. Ogni pomeriggio tornando a casa e non trovando il suo motorino in garage, vengo colta da un attacco di rabbia; lui lo sa e fa finta di niente. È solo la prima settimana, ci sono ampi margini di miglioramento, mi dico per non sconfortarmi troppo. Stasera sperimentiamo la cena fuori tutti e quattro: riusciremo a parlare senza sbranarci?

giovedì 3 dicembre 2015

la cavalletta sul divano

Francesca Comencini nel '97 ha fatto un film su Elsa Morante per la televisione francese. E' una dichiarazione d'amore in forma di documentario: Comencini riesce a raccontare la vita di Morante attraverso le sue parole, i suoi testi, e accompagna la voce narrante con le immagini dei luoghi cari alla scrittrice, Roma, Procida, la Ciociaria. A leggere brani dell'Isola di Arturo, della Storia, del Mondo salvato dai ragazzini è Laura Morante, la nipote, con il suo francese melodioso. Questo film verrà riproposto il 13 dicembre su Rai scuola e oggi siamo stati da Francesca Comencini per chiederle una breve introduzione all'opera. C'è venuta ad aprire alle nove e mezza a piedi scalzi, si era appena svegliata, si è fatta un caffè, ha mangiato due biscotti. Non era particolarmente felice di vederci, ma parlando di Elsa Morante si è illuminata. Il suo vecchio gatto passeggiava su e giù, e sul divano c'era una cavalletta che non aveva l'aria di un ospite occasionale. Non le ho chiesto se avesse conosciuto Elsa, sono sicura che si sarebbero piaciute.

mercoledì 2 dicembre 2015

Dio esiste e vive a Bruxelles


Ea ha undici anni e non è mai uscita dall’appartamento buio che divide con una madre svagata e un padre violento e ubriacone. Il padre violento ubriacone (e sadico) è Dio (l’attore belga Benoît Poelvoorde capace di fantastiche smorfie). Con il suo computer ha creato Adamo e poi Eva e da allora si diletta a infliggere all’umanità ogni genere di tormento, offrendole solo qualche illusorio sprazzo di gioia.  JC, il primogenito, è scappato in superficie, si è messo a fare miracoli, a predicare l’amore, ed è finito come è finito, con grande soddisfazione del genitore. Dio esiste e vive a Bruxelles (per una volta il titolo italiano è più efficace di quello originale Le Tout Nouveau Testament) parte molto bene. Ea entra nella lavatrice e spunta a Bruxelles; prima di partire manomette il computer del padre da cui partono messaggi indirizzati a tutti i telefoni con l’esatto conteggio del tempo che separa ognuno dal momento della propria morte. Da qui uno scatenarsi di istinti: c’è chi comincia a fare cose spericolate, chi abbandona il lavoro che odia, chi lascia la moglie, chi scopre l’amore per un gorilla, chi cambia sesso. Dio furibondo all’idea di essere diventato ininfluente, si precipita nella lavatrice per riacchiappare la figlia e mettere le cose a posto: prenderà un sacco di botte da chi lo scambia per un barbone o un immigrato. Trovate brillanti si alternano a momenti un po’ sbrodolati, ma ben venga un cinema che osa anche visivamente come quello di Jaco Van Dormael.