mercoledì 2 dicembre 2015

Dio esiste e vive a Bruxelles


Ea ha undici anni e non è mai uscita dall’appartamento buio che divide con una madre svagata e un padre violento e ubriacone. Il padre violento ubriacone (e sadico) è Dio (l’attore belga Benoît Poelvoorde capace di fantastiche smorfie). Con il suo computer ha creato Adamo e poi Eva e da allora si diletta a infliggere all’umanità ogni genere di tormento, offrendole solo qualche illusorio sprazzo di gioia.  JC, il primogenito, è scappato in superficie, si è messo a fare miracoli, a predicare l’amore, ed è finito come è finito, con grande soddisfazione del genitore. Dio esiste e vive a Bruxelles (per una volta il titolo italiano è più efficace di quello originale Le Tout Nouveau Testament) parte molto bene. Ea entra nella lavatrice e spunta a Bruxelles; prima di partire manomette il computer del padre da cui partono messaggi indirizzati a tutti i telefoni con l’esatto conteggio del tempo che separa ognuno dal momento della propria morte. Da qui uno scatenarsi di istinti: c’è chi comincia a fare cose spericolate, chi abbandona il lavoro che odia, chi lascia la moglie, chi scopre l’amore per un gorilla, chi cambia sesso. Dio furibondo all’idea di essere diventato ininfluente, si precipita nella lavatrice per riacchiappare la figlia e mettere le cose a posto: prenderà un sacco di botte da chi lo scambia per un barbone o un immigrato. Trovate brillanti si alternano a momenti un po’ sbrodolati, ma ben venga un cinema che osa anche visivamente come quello di Jaco Van Dormael.

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