mercoledì 23 dicembre 2015

I giardini di Ceylon

nove ore di volo passate in compagnia de I giardini di Ceylon di Shyam Selvadurai: un incrocio tra Jane Austen e George Eliot, con un eroe omosessuale che sacrifica la propria felicità in nome della famiglia, e un'eroina che sfugge a ben tre matrimoni e riesce a conservare la sua indipendenza anche economica. L'immersione nella Colombo del 1927 non poteva essere più felice: Selvadurai, che è del 1967, ricostruisce il clima di attesa che si respirava a Ceylon alla fine degli anni venti, tra aspirazioni all'indipendenza dall'Inghilterra, aspirazioni delle donne al voto, aspirazioni al suffragio universale. Le storie raccontate sono quelle di Balendar, un quarantenne tamil facoltoso, che si è sposato e ha avuto un figlio, pur sapendo di essere omosessuale e avendo avuto un grande amore con un inglese in gioventù; e quella di Annalukshmi, che a ventidue anni fa l'insegnante, vorrebbe andare in bicicletta e diventare direttrice di una scuola. Accanto a questi due filoni principali (intrecciati, perché i protagonisti sono lontani cugini), si dipanano altri destini, tutti emblematici della travagliata storia dell'isola e appassionanti come nella migliore tradizione inglese. Il romanzo è uscito nel 2003 dal Saggiatore, tradotto da Erica Mannucci; è fuori commercio, io l'ho trovato usato. Varrebbe davvero la pena di ristamparlo o di fornirlo in eBook.

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