mercoledì 16 dicembre 2015

Lila

leggendo Casa sono rimasta folgorata dalla potenza narrativa di Marilynne Robinson; Lila mi ha dato la conferma che questa scrittrice americana è dotata della rara capacità di trascinare il lettore lontanissimo da sé, di incollarlo ai suoi personaggi. Il libro comincia così: “La bambina se ne stava al buio sui gradini dell’uscio, le braccia strette intorno al corpo per difendersi dal freddo, senza più lacrime e quasi addormentata”: una bambina, uno stato di degrado. Arriva Doll e di Doll non sappiamo nulla, se non che quasi tutte le notti va a dormire in quella specie di comune in cui si trova la bambina. Doll la prende, la mette dentro uno scialle e scappa con lei. Lila adulta è una donna spaesata e ferita che vaga per l’America; il suo unico avere è il coltello di Doll. Arriva per caso a Gilead, un villaggio nel nulla: entra in chiesa e incontra iI reverendo John Ames, che ha il doppio dei suoi anni e s’innamora all’istante di lei. “Il vecchio”, come lo chiamerà sempre tra sé e sé, pure quando sarà diventato la persona a lei più cara al mondo, non tenta subito di addomesticarla, si mostra solo felice quando lei ricompare e darebbe qualunque cosa per ascoltarla. Oltre a essere un bellissimo libro sull’amore e su una coppia all’apparenza improbabile, Lila ha la particolarità di ritornare sulla scena del romanzo Casa (e su quella di Gilead, che non ho ancora letto perché in italiano risulta esaurito) cambiando completamente prospettiva. In Casa il reverendo Ames era solo il vicino e il miglior amico del padre della protagonista, un personaggio secondario, anche un po’ detestabile per il suo moralismo; qui lo stesso reverendo visto dalla moglie è un uomo capace di una tenerezza infinita. Non sarò mai grata abbastanza a Paolo Giordano per avermi fatto scoprire Marilynne Robinson. Molto brava, come sempre, Eva Kampmann che ha tradotto Lila per Einaudi.

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