lunedì 7 dicembre 2015

Mon Roi

Tony si butta giù come una matta con gli sci e si rompe un ginocchio. La lunga riabilitazione in una clinica specializzata le dà il tempo di ripercorrere con il pensiero la storia d’amore che le ha fatto vivere i momenti più belli e più brutti della sua vita e di prenderne le distanze. Tony è Emmanuelle Bercot, che ha meritatamente vinto il premio come miglior attrice a Cannes per come si è messa in gioco in questo ruolo di donna innamorata; lui, Giorgio, è un Vincent Cassel, impegnato a sfoderare tutto il suo fascino: s’incontrano in una discoteca, si piacciono, fanno l’amore, si divertono tanto, decidono di avere un figlio, si sposano, lui comincia a tradirla e a sparire, lei piange e s’impasticca, si lasciano e si riprendono, s’insultano, lei soffre, lui soffre. Il bello del film di  Maïwenn Le Besco è l’estrema concentrazione sul rapporto di coppia: non sappiamo quasi nulla di loro (lei fa l’avvocato, lui ha un ristorante; lei ha un fratello affettuoso, lui un padre che non vede mai e che non vediamo neppure noi); il brutto è la durata eccessiva (dopo un po’ lo spettatore non ne può più delle dinamiche tra i due). Ci sono delle ingenuità (lei deve aspettare di trovarlo a letto con una ragazza per scoprire che fa uso di droghe) , ma resta la sincera esplorazione dell’abisso che c’è in certe persone tra la capacità di amare e quella di voler bene. Contenta di averlo visto con la figlia: non mi pare il tipo da perdere la testa per uno sciupafermmine, ma sempre meglio cercare di fornirsi di anticorpi culturali. 

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