domenica 31 gennaio 2016

Il figlio di Saul


la sensazione che si ha guardando il cupissimo film ungherese Il figlio di Saul è quella di essere intrappolati in un mattatoio e di non avere via d’uscita. Il regista László Nemes tiene le sue telecamere incollate al primo piano del protagonista Saul, mentre all’interno della camera a gas una massa indistinta di prigionieri viene fatta denudare, uccisa e poi bruciata. Lo spettatore percepisce i rumori assordanti, la furia, il terrore, lo sfinimento: lo spettatore è Saul, come lui perde ogni punto di riferimento. Nel Figlio di Saul non c’è filo narrativo, c’è solo la rappresentazione di una fabbrica di cadaveri a pieno regime. Saul e gli altri Sonderkommando devono far funzionare la fabbrica, pur sapendo che scaduti tre mesi la loro sorte sarà uguale a quella degli altri ebrei che eliminano ogni giorno. Il cadavere di un ragazzo (sarà davvero quello di suo figlio? La sceneggiatura lascia volutamente in sospeso la questione) suscita in Saul il desiderio di una vera sepoltura e per realizzarla l’uomo affronta stolidamente ogni pericolo, mentre intorno a lui si organizza una rivolta che lo lascia del tutto indifferente. L’assuefazione all’orrore come non era stata ancora rappresentata.

sabato 30 gennaio 2016

le disavventure di una madre volenterosa

il figlio non aveva potuto partecipare alla visita organizzata dalla prof di arte alla Galleria Borghese. Mi sono offerta di portarcelo io e ho esteso l'invito al marito e alla figlia. Ieri mi sono studiata sul sito della Galleria la storia del palazzo e delle opere che vi sono esposte. Non contavo sul fatto di avere intorno a me familiari avidi di nozioni, ma immaginavo che di fronte a tante meraviglie qualche curiosità si sarebbe risvegliata. Il problema è stato proprio il destinatario dell'iniziativa, il figlio. Non era entusiasta sin da subito di passare una parte del sabato pomeriggio al museo, ma la faccia che ha sfoderato sul posto andava molto oltre un normale disappunto. La sorella ha fatto subito la diagnosi, è stato lasciato dalla sua fidanzata, e in effetti sembrava che su di lui si fosse abbattuta la peggiore delle sciagure. Ha attraversato le sale a passo di marcia, non c'è stato verso di scambiare con lui una parola; altro che raccontargli di Scipione Borghese, di Paolina, Apollo e Dafne, Proserpina, di Caravaggio e Raffaello. Ci ha aspettati davanti al guardaroba, si è ripreso il suo casco ed è sparito sul motorino. Se non altro la figlia è stata tutta un sorriso.

giovedì 28 gennaio 2016

Ancóra

la prima parte dAncóra, il romanzo di Hakan Günday, tradotto da Fulvio Bertuccelli per Marcos y Marcos, è terribilmente efficace. Lo scrittore turco immagina un bambino, Gazâ, impegnato nel ruolo di apprendista mercante di carne (il padre fa il trafficante di esseri umani e si preoccupa di sradicare in lui la pietà). Osserva Gazâ: "quelle persone credevano a tutto. Fin dalla nascita! In sostanza, la pensavano più o meno così: se a questo mondo esiste un inferno fatto di fame e guerra, deve esserci per forza anche un paradiso". Gazâ, a differenza dei migranti, non crede in niente e ben presto supera in crudeltà il suo maestro. Messo a sorvegliare la cisterna in cui i clandestini stazionano, prima di salire sui camion che li porteranno fuori dalla Turchia, il Gazâ quattordicenne gode a tormentare i suoi prigionieri: si fa consegnare le ragazze che gli piacciono per violentarle, mette gli uni contro gli altri, inventa la storia del prelievo di un rene. Oltre a questa vita segreta, il ragazzo ne ha un’altra: a scuola va benissimo e i suoi professori gli garantiscono una borsa di studio (a cui rinuncia per volere del padre). Siamo a circa pagina duecento, un po’ meno della metà del libro, quando la trama ha una svolta improvvisa, se possibile ancora più horror di quanto l’aveva preceduta: il camion con sopra Gazâ, il padre e centotrentadue migranti, cade in un burrone e il ragazzo è l’unico a sopravvivere. Non può uscire da dove si trova perché è mezzo sepolto tra i cadaveri; viene salvato solo giorni dopo. La narrazione a questo punto fa meno compatta e sempre più paradossale: Gazâ  passa alcuni anni a studiare, poi gli esplode lo stress, diventa morfinomane, trova il tesoro nascosto del padre, si dedica al linciaggio (fa addirittura il “tour mondiale del linciaggio”, prendendo aerei per andare dove poter menare le mani in compagnia), parte per l’Afghanistan sulle tracce del primo uomo che ha ucciso. Un libro respingente, non del tutto risolto sul piano letterario, ma capace di aprire ampi squarci di verità sugli aspetti peggiori del mondo in cui siamo calati. 

mercoledì 27 gennaio 2016

Anna

perché leggendo Anna, l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti ho avuto l’impressione di una cosa tirata via, scritta in fretta tanto per pubblicarla, invece che di un romanzo in cui lo scrittore crede e a cui affida la sua visione del mondo? Partiamo da una cosa misurabile, la sciatteria linguistica. Si racconta di Anna che ha tredici anni, ma a raccontare non è Anna in prima persona, è Niccolò, narratore onnisciente e adulto che però oscilla tra la lingua letteraria e una lingua giovanilista (non so quante volte ricorre la parola culo, ma poi ci sono le chiappe, le tettone, la seccagnona, fare il figo, pedalare a tutta birra..). Una lingua ibrida per acchiappare il pubblico dei giovani? Oppure una lingua come viene viene? E poi: un romanzo distopico e un romanzo di formazione. Sul primo aspetto ci siamo: più distopia di un mondo in cui si muore quando il corpo entra nell’adolescenza e in cui i bambini si aggirano in una specie di paese dei balocchi, con i balocchi ma senza il cibo e chi lo produce, non si poteva immaginare. Ma su questo sfondo dovrebbe accadere qualcosa, Anna dovrebbe capire qualcosa di sé, dell’adulta che non diventerà, del fratellino che sta proteggendo, e invece Anna sembra la protagonista di un videogioco: rischia continuamente di soccombere e poi si ritira su; perde il fratello, lo ritrova; si scontra con un cane, riesce ad addomesticarlo; trova un amico e quando gli si affida lo perde; si prefigge mete impossibili e le raggiunge, ma tutto ciò senza cambiare dentro, senza scoprire e senza farci scoprire alcunché. Eppure Ammaniti ha il dono di fare vedere e sentire le cose: dalla sua Sicilia in abbandono si alza una puzza di putredine che arriva fino al lettore e i paesaggi scempiati dall’inutile fuga sono terribilmente realistici. Bastava si impegnasse di più: il bambino nella buca di Io non ho paura, l’adolescente nella cantina di casa  e quello in balia del padre ubriacone avevano una forza che qui si è persa per strada.

Ti guardo

si parla poco nel film di Lorenzo Vigas Ti guardo, dei due protagonisti si conosce pochissimo e non c’è colonna sonora: la regia punta tutto sulle inquadrature in cui all’inizio una figura è a fuoco e l’altra no, a simboleggiare un incontro impossibile. In una Caracas trafficata e anonima, Armando (Alfredo Castro, sempre impegnato in ruoli dolenti e ambigui) costruisce protesi dentarie, ha una casa accogliente, una sorella sposata e un padre che è tornato non si da dove e che lui odia non si sa perché; Elder è un giovane meccanico violento, sbruffone e senza un soldo. Elder viene adescato da Armando che porta i ragazzi in casa per poi masturbarsi di fronte a loro; gli ruba i soldi, lo picchia; poi finisce per cadere nella sua rete e addirittura per innamorarsi del “frocio” che era l’oggetto del suo disprezzo. Il gioco vittima carnefice conosce una serie di ribaltamenti ma sta allo spettatore riempire i vuoti: il regista si limita a mettere in scena un desiderio di contatto e il suo opposto. Uno quei film che mentre lo guardi ti chiedi quando finisce e quando è finito ci continui a pensare.  

martedì 26 gennaio 2016

recupero

oggi avrei potuto accompagnare il figlio dal medico alle nove e, a intervento concluso, andare a lavorare. Mi sono presa l'intera giornata, avendo il recupero di un sabato lavorato a dicembre. Il figlio ha reagito bene, mentre mi è capitata tra capo e collo un'influenza della figlia con relativi lamenti. Ho mal di pancia, ho la febbre, domani salto l'esame... Un po' ho fatto la mamma infermiera, ma appena ho potuto sono sgusciata fuori casa. Il parrucchiere, la mostra di Balthus a Villa Medici per completare quella delle Scuderie del Quirinale, una passeggiata per Roma inondata di sole...  I recuperi non sono mai abbastanza.

domenica 24 gennaio 2016

Revenant


un filmone d’avventura come se ne vedono pochi: entri al cinema e ne esci due ore e mezza dopo con la sensazione di aver fatto un lungo viaggio, un po’ faticoso ma molto molto appassionante. Trama ipersemplificata: c’è il buono, Glass, una guida che gira con il figlio avuto con un’indiana (Leonardo di Caprio) e c’è il cattivo, Fitzgerald (Tom Hardy), che odia gli indiani, da quando questi gli hanno fatto lo scalpo. Glass e Fitzgerald fanno parte dello stesso gruppo di spedizione: stanno rientrando all’accampamento dopo un fruttuoso periodo di caccia, quando ne succedono di tutti i colori. Prima un attacco di indiani indiavolati (è stata rapita la figlia del capo), poi Glass incontra un enorme orso bruno che gioca con lui come il gatto con il topo e lo riduce in brandelli. Il capo della spedizione è un militare con i capelli rossi, animato dalle migliori intenzioni, ma non molto perspicace: prima cerca di far trasportare Glass in barella su per le montagne innevate, poi decide di lasciarlo con il figlio e altri due volontari ben retribuiti. Quando ad offrirsi di vegliare il moribondo Glass è Fitzgerald, da sempre ostile nei suoi confronti, il capo si stupisce del suo ravvedimento, ringrazia, saluta e se ne va. Naturalmente Fitzgerald pugnala il giovane indiano e scappa lasciando Glass mezzo seppellito sotto terra. Il resto del film ci racconta come un uomo animato dall’odio e dal desiderio di vendetta sia più forte degli artigli di un orso, del gelo, delle rapide, delle frecce nemiche. A tratti quasi leopardiano (al poeta di Recanati non sarebbe dispiaciuto il film di Iñárritu in cui gli uomini invece di allearsi contro la natura matrigna si combattono meschinamente, pur con luminose eccezioni), Revenant cala talmente lo spettatore nel paesaggio che si esce sbattendo gli occhi alla ricerca degli alberi innevati.

sabato 23 gennaio 2016

il superamento del trauma

era da metà agosto che mio padre non tornava nella sua casa al mare, da quando ne era uscito in barella reggendosi con le mani la pancia da cui aveva visto fuoriuscire l'intestino. Nel frattempo si è completamente rimesso, è stato a Padova, a Zurigo; ha ripreso a fare fisioterapia e tedesco; ha pianificato per fine marzo un tour degli Stati Uniti, ma lì, con una scusa o con l'altra, non aveva più messo piede. Oggi è venuto in macchina con noi: ci siamo salutati in piazza e ci siamo dati appuntamento al ristorante all'una. E' sceso solo verso casa e immagino sia stato emozionante per lui rivedere le stanze in cui aveva dovuto fronteggiare l'emorragia. A tavola era molto contento; sembrava uno che ha appena superato un esame. Era così distratto che non si è accorto di aver ordinato, insieme a mio marito che voleva tenersi leggero, una mezza porzione di spaghetti alle vongole invece che un'intera. Quando sono arrivati i piatti (il mio, normale) e i loro con dentro tre vongole e quattro spaghetti, ha fatto una faccia desolata. Io non mi sono fatta intenerire; loro due avevano ordinato anche il pesce, io di secondo avevo solo una porzione di cicoria. Ha retto bene anche alla sottrazione di pasta, tanta era la felicità di essere vivo nel luogo dove aveva visto la morte in faccia. Trauma brillantemente superato.

Steve Jobs


del film Steve Jobs di Danny Boyle colpisce in primo luogo la struttura: nessuna concessione alla biografia tradizionale in cui il personaggio si volta indietro e ripercorre, con l’aiuto di un interlocutore, i momenti fondamentali della sua vita.  Qui abbiamo la scelta di tre dietro le quinte: mentre la folla osannante aspetta che Steve presenti i suoi tre prodotti principali,  il regista ci mostra la solitudine del protagonista, ossessionato dalle sue stesse idee e indifferente o ostile al destino delle persone che lo circondano. Aaron Sorkin, già sceneggiatore di The Social Network, sa costruire una perfetta macchina narrativa, basata per lo più su dialoghi a due. Come già in Macbeth (e un po’ in tutti i film che fa) Michael Fassbender si cala nel dolore dell’uomo che interpreta, gli offre tutto il suo corpo. Mentre la parte pubblica del film, la storia delle visioni di Jobs, dei suoi travagliati rapporti con i collaboratori convince appieno, la parte privata ha delle cadute (che Jobs rifiuti la paternità perché sente su di sé il peso di essere stato rifiutato dalla coppia che lo aveva chiesto in adozione è un po’ semplicistico). (E al solito, il doppiaggio della bambina che interpreta sua figlia, è criminale). Ma, difetti a parte, ho sentito parlare di computer per centoventi minuti e non mi sono annoiata un attimo.

giovedì 21 gennaio 2016

il medico volgare

accompagno il figlio da un medico per una visita medica. Quando questa è finita, il medico mi fa entrare nel suo studio e mi spiega che c'è bisogno di un intervento ambulatoriale. Il problema è congenito, ma, afferma, per avere il rimborso dall'assicurazione bisogna dichiarare che è stato causato da un'infezione. Basta dire che il ragazzo è stato con una zozzetta (quest'ultima parola la sussurra quasi e io non credo alle mie orecchie). Al ritorno commento l'espressione con il figlio e lui mi risponde, non sai cosa ha detto prima. Cambiamo medico?

mercoledì 20 gennaio 2016

K. O la figlia desaparecida

partendo dalla storia della sorella Ana Rosa, sequestrata e uccisa con il marito dalla dittatura brasiliana nel 1974, Bernardo Kucinski scrive un bellissimo romanzo breve. C’è un padre, K. (come il personaggio di Kafka, come lui del tutto smarrito di fronte agli eventi che lo travolgono) che, non riuscendo più a mettersi in contatto con la figlia trentenne, denuncia la sua scomparsa alla polizia. K., poeta e scrittore polacco, sfuggito ai nazisti, tutto preso dai suoi studi sulla lingua yiddish, non ha fatto caso all’involuzione politica del paese in cui vive da tanto tempo. Ora si  trova ad affrontare una San Paolo ostile, dove chi sa tace, e chi non sa specula sul dolore altrui. L’uomo scopre che sono in tanti a cercare i propri familiari e scopre anche di non conoscere la figlia a cui si sentiva molto legato: lei non gli ha neppure detto di essersi sposata. Scrive Kucinski che “il padre che cerca la figlia scomparsa non ha paura di nulla”: affronta militari, si rivolge ad associazioni straniere, alla comunità ebrea, ma nessuno può aiutarlo, lei è già stata uccisa. Quello che è in atto in Brasile ricorda a K. gli stermini nazisti; quelli però avvenivano alla luce del sole, con una spaventosa pianificazione pubblica, questi sono coperti da una fitta nebbia e ognuno vive il suo dramma privato. Kucinski immagina quello che si svolge intorno a questo caso. All’università si discute della professoressa che non si è più presentata al lavoro: invece di pretendere sue notizie, i pavidi colleghi votano il suo licenziamento.  Una donna delle pulizie racconta a una psicologa gli incubi che la perseguitano dopo essere stata a contatto con i prigionieri nella Casa della Morte. Quando la dittatura finisce e ai desaparecidos vengono intitolate strade in periferia, K. si rende conto che ci sono piazze, ponti e autostrade con i nomi dei generali assassini: neanche la memoria discrimina tra perseguitati e persecutori, la voglia di andare avanti è più forte del desiderio di ristabilire la giustizia. Un libro sulla colpa, sul tema eterno di quelli che sanno e si voltano dall’altra parte.  Traduzione di Vincenzo Barca per Giuntina.

martedì 19 gennaio 2016

Scorpion dance

“Ho amato due donne nella mia vita”: così si apre Scorpion Dance della scrittrice israeliana Shifra Horn appena pubblicato da Fazi nella traduzione di Silvia Castoldi. L’io narrante è Orion, un bibliotecario quarantenne che vive a Gerusalemme in una casa soffocata da un enorme glicine. La prima delle due donne è l’anziana Johanna, una levatrice tedesca che vive con un pappagallo parlante di nome Sarah. La vera identità di Johanna si rivelerà al lettore (e allo stesso protagonista) poco a poco: quello che conta è che lei  ha amorevolmente allevato Orion (il cui padre è morto ventenne nella Guerra dei sei giorni e la cui madre è andata a vivere in Australia con il secondo marito). Anche la seconda donna è tedesca: si chiama Christina-Anna, ha studiato lingua e letteratura ebraica, canta, è giovane e bella; Orion perde la testa per lei. Un romanzo in cui si parla molto di odori e colori, di Israele e Germania , di libri (Orion gira con il suo pulmino pieno dei testi che i nazisti avevano messo al rogo), di amore e di senso di colpa. C’è una vena di realismo magico che apparenta una certa letteratura israeliana a quella sudamericana tutta giocata sulla sensualità: Shifra Horn è un’esponente di punta di questa corrente. E’ un tipo di scrittura che da ragazza mi piaceva molto e ora mi lascia terribilmente fredda.

geometria


lunedì 18 gennaio 2016

ritorno polemico

l'amore non dovrebbe renderci migliori? il figlio è tornato da Torino come un potente demonio. Non facciamo che discutere. Ero lì che passavo le patate per il purè, lui mi parlava e io fumavo di rabbia. Tira fuori il peggio da me. Stasera cena con le amiche: non poteva capitare in un momento migliore. La sua verve polemica la scarichi un po' sul padre. I maschi adolescenti non se la dovrebbero prendere con i genitori del loro sesso?

domenica 17 gennaio 2016

inverno


Assolo


ero sicura che il film di Laura Morante mi sarebbe piaciuto perché lei è intelligente e ironica e il tema scelto per questa seconda regia, l’invisibilità delle donne dopo i cinquanta e la loro conseguente instabilità, mi interessava molto. La prima sequenza mi ha raggelato: un sogno. Io i sogni non li sopporto (i miei ma soprattutto quelli altrui) e al cinema o in letteratura meno che mai (il genere onirico non fa per me). Ma passato il sogno in cui la protagonista è morta e i suoi uomini sparlano allegramente di lei a cadavere ancora caldo (e passati gli altri squarci di sogno, popolati dalle amiche sullo sfondo di un bosco) Assolo mi è piaciuto un sacco: mi ha divertito, mi ha intristito, mi ha consentito di rispecchiarmi in tutte le mie debolezze e insicurezze. Il catalogo di paure femminili messo in scena da Laura Morante (tra le altre la paura di non saper guidare, la paura della fidanzata del figlio, la paura di restare senza analista, la paura di non trovare più un uomo) è perfetto. La soluzione anche: un simpatico cagnolino (altro che le sale di tango ad aspettare che si liberi un cavaliere, o il trucissimo collega che fa i calcoli di quanto si risparmia a vivere in due invece che da soli). L’unico problema del film è che la protagonista (la stessa Laura Morante) è troppo bella per essere credibile nel ruolo di donna che non piace più.

sabato 16 gennaio 2016

Una donna indipendente


Rose-Marie vive a Jena con il padre e la matrigna. Ha venticinque anni e neppure uno straccio di dote; si dà per scontato che resti zitella. Un giovane pensionante inglese, Mr Anstruther, passa un anno a casa loro per imparare il tedesco e prima di partire le dichiara il suo amore. Una donna indipendente è un romanzo epistolare a una sola voce, quella di Rose-Marie che scrive all’uomo che le ha chiesto di sposarlo. All’inizio c’è l’entusiasmo: Rose-Marie è un’entusiasta di natura, bastano un giardino in fiore, una bella musica a esaltarla, ma questo insperato amore la rende totalmente euforica e, siccome è una ragazza spontanea, non fa nulla per celare le sue emozioni. Ben presto però Rose-Marie è costretta a cambiare tono: l’innamorato scrive meno, ha conosciuto un’altra donna, ricca e sponsorizzata da suo padre… Rose-Marie non è tipa da piangersi addosso, continua a scrivere a Mr Anstuther perché ha preso gusto a raccontarsi, ma dismette con facilità i panni della fidanzata e indossa quelli di una sorella maggiore o una zia. Riproduce le battute acide della matrigna (non ti starai ammalando, non ce lo possiamo permettere), descrive le debolezze del padre alle prese da sempre con un libro su Goethe, si sofferma sulla cameriera Johanna e le sue bizze, si diverte a sperimentare menù vegetariani (anche perché soldi per la carne non ce ne sono). Nel giro di un anno le posizioni si capovolgono e il giovane inglese fedifrago comincia ad assillare la sua vivace corrispondente, tutto preso dal desiderio di rivederla. Il mio Von Arnim preferito resta Un incantevole aprile, ma in ognuno dei romanzi di questa scrittrice c’è una visione brillante e disincantata dei rapporti tra i sessi che li rende unici. Tradotto da Simona Garavelli per Bollati Boringhieri.