giovedì 28 gennaio 2016

Ancóra

la prima parte dAncóra, il romanzo di Hakan Günday, tradotto da Fulvio Bertuccelli per Marcos y Marcos, è terribilmente efficace. Lo scrittore turco immagina un bambino, Gazâ, impegnato nel ruolo di apprendista mercante di carne (il padre fa il trafficante di esseri umani e si preoccupa di sradicare in lui la pietà). Osserva Gazâ: "quelle persone credevano a tutto. Fin dalla nascita! In sostanza, la pensavano più o meno così: se a questo mondo esiste un inferno fatto di fame e guerra, deve esserci per forza anche un paradiso". Gazâ, a differenza dei migranti, non crede in niente e ben presto supera in crudeltà il suo maestro. Messo a sorvegliare la cisterna in cui i clandestini stazionano, prima di salire sui camion che li porteranno fuori dalla Turchia, il Gazâ quattordicenne gode a tormentare i suoi prigionieri: si fa consegnare le ragazze che gli piacciono per violentarle, mette gli uni contro gli altri, inventa la storia del prelievo di un rene. Oltre a questa vita segreta, il ragazzo ne ha un’altra: a scuola va benissimo e i suoi professori gli garantiscono una borsa di studio (a cui rinuncia per volere del padre). Siamo a circa pagina duecento, un po’ meno della metà del libro, quando la trama ha una svolta improvvisa, se possibile ancora più horror di quanto l’aveva preceduta: il camion con sopra Gazâ, il padre e centotrentadue migranti, cade in un burrone e il ragazzo è l’unico a sopravvivere. Non può uscire da dove si trova perché è mezzo sepolto tra i cadaveri; viene salvato solo giorni dopo. La narrazione a questo punto fa meno compatta e sempre più paradossale: Gazâ  passa alcuni anni a studiare, poi gli esplode lo stress, diventa morfinomane, trova il tesoro nascosto del padre, si dedica al linciaggio (fa addirittura il “tour mondiale del linciaggio”, prendendo aerei per andare dove poter menare le mani in compagnia), parte per l’Afghanistan sulle tracce del primo uomo che ha ucciso. Un libro respingente, non del tutto risolto sul piano letterario, ma capace di aprire ampi squarci di verità sugli aspetti peggiori del mondo in cui siamo calati. 

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ho capito dall'accento che non c'entra niente con la canzone ancora di de crescenzo