mercoledì 27 gennaio 2016

Anna

perché leggendo Anna, l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti ho avuto l’impressione di una cosa tirata via, scritta in fretta tanto per pubblicarla, invece che di un romanzo in cui lo scrittore crede e a cui affida la sua visione del mondo? Partiamo da una cosa misurabile, la sciatteria linguistica. Si racconta di Anna che ha tredici anni, ma a raccontare non è Anna in prima persona, è Niccolò, narratore onnisciente e adulto che però oscilla tra la lingua letteraria e una lingua giovanilista (non so quante volte ricorre la parola culo, ma poi ci sono le chiappe, le tettone, la seccagnona, fare il figo, pedalare a tutta birra..). Una lingua ibrida per acchiappare il pubblico dei giovani? Oppure una lingua come viene viene? E poi: un romanzo distopico e un romanzo di formazione. Sul primo aspetto ci siamo: più distopia di un mondo in cui si muore quando il corpo entra nell’adolescenza e in cui i bambini si aggirano in una specie di paese dei balocchi, con i balocchi ma senza il cibo e chi lo produce, non si poteva immaginare. Ma su questo sfondo dovrebbe accadere qualcosa, Anna dovrebbe capire qualcosa di sé, dell’adulta che non diventerà, del fratellino che sta proteggendo, e invece Anna sembra la protagonista di un videogioco: rischia continuamente di soccombere e poi si ritira su; perde il fratello, lo ritrova; si scontra con un cane, riesce ad addomesticarlo; trova un amico e quando gli si affida lo perde; si prefigge mete impossibili e le raggiunge, ma tutto ciò senza cambiare dentro, senza scoprire e senza farci scoprire alcunché. Eppure Ammaniti ha il dono di fare vedere e sentire le cose: dalla sua Sicilia in abbandono si alza una puzza di putredine che arriva fino al lettore e i paesaggi scempiati dall’inutile fuga sono terribilmente realistici. Bastava si impegnasse di più: il bambino nella buca di Io non ho paura, l’adolescente nella cantina di casa  e quello in balia del padre ubriacone avevano una forza che qui si è persa per strada.

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