domenica 31 gennaio 2016

Il figlio di Saul


la sensazione che si ha guardando il cupissimo film ungherese Il figlio di Saul è quella di essere intrappolati in un mattatoio e di non avere via d’uscita. Il regista László Nemes tiene le sue telecamere incollate al primo piano del protagonista Saul, mentre all’interno della camera a gas una massa indistinta di prigionieri viene fatta denudare, uccisa e poi bruciata. Lo spettatore percepisce i rumori assordanti, la furia, il terrore, lo sfinimento: lo spettatore è Saul, come lui perde ogni punto di riferimento. Nel Figlio di Saul non c’è filo narrativo, c’è solo la rappresentazione di una fabbrica di cadaveri a pieno regime. Saul e gli altri Sonderkommando devono far funzionare la fabbrica, pur sapendo che scaduti tre mesi la loro sorte sarà uguale a quella degli altri ebrei che eliminano ogni giorno. Il cadavere di un ragazzo (sarà davvero quello di suo figlio? La sceneggiatura lascia volutamente in sospeso la questione) suscita in Saul il desiderio di una vera sepoltura e per realizzarla l’uomo affronta stolidamente ogni pericolo, mentre intorno a lui si organizza una rivolta che lo lascia del tutto indifferente. L’assuefazione all’orrore come non era stata ancora rappresentata.

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