giovedì 7 gennaio 2016

Il ponte delle spie

filmone come se ne vedono pochi, Il ponte delle spie, oltre a intrattenere lo spettatore senza un momento di noia, ha il pregio di immergerlo nel clima della Guerra fredda negli Stati Uniti, quando i bambini facevano a scuola le esercitazioni antiatomiche e la parola russo era sinonimo di nemico mortale. Tom Hanks è l’avvocato Donovan, una specie di Atticus (il padre della protagonista del Buio oltre la siepe, classico americano a cui la sceneggiatura a tratti sembra ispirata), fedele ai principi della Costituzione americana e immune dal delirio collettivo che pretende processi sommari e esecuzioni capitali delle spie. Anche se  Donovan si è sempre occupato di assicurazioni relative a incidenti d’auto e, anche con un certo cinismo, come vediamo nella scena che ce lo presenta, il caso del pittore russo che si suppone inviato dai sovietici lo appassiona. Per salvarlo dalla condanna a morte, ricorrendo al massimo pragmatismo, prospetta al giudice la possibilità che l’uomo serva come merce di scambio in caso di cattura di americani da parte dell’Urss e questa ipotesi si concretizza presto. Certo, il film di Spielberg non si sottrae alla retorica della superiorità morale dell’America: i russi (tranne la spia) sono tutti brutti e cattivi (persino la spia non sa che trattamento gli verrà riservato dai suoi una volta compiuto lo scambio), ma in tempi come questi è giusto ribadire la necessità di tenere a bada isterismi collettivi e di far prevalere i principi democratici. Da vedere.

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