sabato 2 gennaio 2016

Little Sister


che cosa significa prendersi cura degli altri e fino a che punto si può farlo, mantenendo l’amore per se stessi e la capacità di godersi la vita? Perché per alcuni la famiglia è solo un peso e per altri una specie di tempio? Come si fa a voler bene a un familiare che si comporta in modo opposto al nostro? Little sister, il film del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda (lo stesso di Father and son che mi era molto piaciuto), solleva molte domande nel suo modo sobrio e sussurrato. Le sue protagoniste sono tre sorelle che vivono insieme nella vecchia casa di famiglia, tra lavoro e fidanzati improbabili. Il padre ha lasciato la madre diversi anni prima e anche questa, con la scusa del tradimento, si è allontanata. La maggiore, Sachi, che fa l’infermiera, è il punto di riferimento per le altre due, Yoshino, sempre pronta ad affogare nella grappa i suoi problemi d’amore e la buffa e anticonvenzionale Chica. Al funerale del padre le tre conoscono la sorellastra Suzu che ha quindici anni e Sachi ha l’idea di invitarla a vivere con loro. Suzu, come Sachi, ha avuto un’infanzia difficile e come lei è brava a dissimulare le sue pene. C’è una gran gentilezza formale nell’ambiente descritto da Kore-Eda, ma ogni personaggio ha le sue ferite e solo nel gruppo trova la forza per andare avanti (e anche un po’ nel buon cibo e nella bellezza dei fiori di  ciliegio).

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