sabato 23 gennaio 2016

Steve Jobs


del film Steve Jobs di Danny Boyle colpisce in primo luogo la struttura: nessuna concessione alla biografia tradizionale in cui il personaggio si volta indietro e ripercorre, con l’aiuto di un interlocutore, i momenti fondamentali della sua vita.  Qui abbiamo la scelta di tre dietro le quinte: mentre la folla osannante aspetta che Steve presenti i suoi tre prodotti principali,  il regista ci mostra la solitudine del protagonista, ossessionato dalle sue stesse idee e indifferente o ostile al destino delle persone che lo circondano. Aaron Sorkin, già sceneggiatore di The Social Network, sa costruire una perfetta macchina narrativa, basata per lo più su dialoghi a due. Come già in Macbeth (e un po’ in tutti i film che fa) Michael Fassbender si cala nel dolore dell’uomo che interpreta, gli offre tutto il suo corpo. Mentre la parte pubblica del film, la storia delle visioni di Jobs, dei suoi travagliati rapporti con i collaboratori convince appieno, la parte privata ha delle cadute (che Jobs rifiuti la paternità perché sente su di sé il peso di essere stato rifiutato dalla coppia che lo aveva chiesto in adozione è un po’ semplicistico). (E al solito, il doppiaggio della bambina che interpreta sua figlia, è criminale). Ma, difetti a parte, ho sentito parlare di computer per centoventi minuti e non mi sono annoiata un attimo.

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