venerdì 12 febbraio 2016

Canale Mussolini Parte Seconda

la caduta del fascismo vista da Latina (anzi bisognerebbe dire da Littoria, che divenne brevemente Latinia per poi essere defascistizzata in Latina) e vista dalla famiglia Peruzzi: le oltre quattrocento pagine di Canale Mussolini parte seconda di Antonio Pennacchi sono un formidabile racconto di storia patria. Scordatevi l’asetticità dello storico, Pennacchi, o meglio il suo narratore, Periclino, è uno che prende posizione, che boccia e promuove, che affonda nella narrazione senza mai prenderne le distanze, che parli di Togliatti e De Gasperi (due giganti), di Scelba (un canaccio), o di uno dei suoi innumerevoli zii e cugini, specializzati nel mettersi nei guai. Se la saga dei Peruzzi, venuti dal Veneto nell’Agro pontino, dispersi dai tedeschi in ritirata e poi tornati a ripopolare il capoluogo è ricca di sviluppi appassionanti (amori coniugali e extra, nascite, scontri, e un eroe su tutti, il Diomede senza padre, con i capelli rossi e un enorme batocchio che costituisce per lui prima un motivo di grande vergogna e poi lo rende famoso fino ad Harlem), altrettanto lo sono la descrizione della Resistenza nelle varie regioni e quella della fine del Duce.  Il tratto saliente della scrittura di Pennacchi è l’umorismo, accompagnato da una grande pietas: è tragica la figura di Claretta Petacci che a trentadue anni rifiuta di salire sull’aereo che potrebbe salvarla e decide di morire con l’uomo che ama, ma è buffo che fino all’ultimo lei manifesti a Mussolini la sua gelosia e ne sia acceccata al punto da non preoccuparsi di altro. (E la figura di Claretta deve aver colpito a fondo la fantasia dell’autore che la fa tornare nel bell’episodio visionario in cui Diomede la corteggia di notte all’incrocio in cui lei si incontrava con il Duce, anche lui capace di comparire come fantasma sopra una moto Guzzi nell’Agro Pontino.) La lingua di questo libro: che i dialoghi siano quasi tutti nel veneto contaminato degli emigrati, all’inizio colpisce e crea qualche difficoltà, poi ci si abitua e pare normale che Stalin dica a Togliatti “Varda, Palmir, che mi agò dei pati con qui là, col Roosvelt e col Churchill”.  Di là dal piacere di affondare nel passato recente e di restituire nel dettaglio la nascita della propria città, si sente nel romanzo l’esigenza di chiamare per nome i caduti di un fronte e dell’altro, le vittime per lo più innocenti della guerra che si è combattuta dopo la fuga di Mussolini e del re. Pennacchi ricostruisce le stragi fatte in nome dell’ideologia o semplicemente del risentimento privato nel corso della guerra civile, sottolinea il concetto di responsabilità individuale, distingue tra chi ha dato la vita per la causa e i compagni e chi ha dato libero sfogo alla sua crudeltà. Canale Mussolini Parte seconda mi è piaciuto anche più di Canale Mussolini. In attesa della terza parte, lunedì, trepidante, intervisto l’autore (che tutto è fuorché un tipo facile).

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