martedì 16 febbraio 2016

Canto della pianura


una diciassettenne incinta, cacciata di casa dalla madre; un’insegnante che accudisce il vecchio padre affetto da demenza senile; un insegnante con due bambini e la moglie depressa che non si alza dal letto; due vecchi fratelli più a loro agio con le mucche che con gli esseri umani: questo il microcosmo raccontato in Canto delle pianure di Kent Haruf. Siamo nell’immaginaria cittadina di Holt in Colorado come in Benedizione e, come nel primo libro della trilogia (che ha in comune solo lo stesso scenario desolato), quello che conta non sono tanto i rapporti familiari ma i legami che le persone stringono tra loro. All’inizio avvertiamo fortissima la solitudine dei due bambini, Ike e Bobby, il loro dolore per lo stato di torpore in cui si trova la madre. Come loro sono soli anche gli altri due fratelli della storia, Harold e Raymond, due vecchietti rinsecchiti, che abitano fuori città e si sono sempre occupati solo del loro allevamento. Quando Maggie, la professoressa di Victoria, accompagna dai due mandriani la ragazza incinta che non può stare da lei perché suo padre è aggressivo, il suo piano sembra destinato a fallire; tra i tre nascerà invece un magnifico rapporto. Ci sono dei tratti da favola in questa narrazione saldamente realistica e come in tutte le favole che si rispettano non mancano dei cattivi veri: la madre di Victoria che le dice, stupida puttanella e la lascia fuori dalla porta; il suo ragazzo che prima sparisce, poi la vorrebbe con sé facendola bere e strapazzare; lo studente di Guthrie e i suoi orribili genitori ricchi e dall’insulto facile. Haruf riesce a farci palpitare per i suoi personaggi (vedi la scena in cui i due bambini vengono caricati in macchina dal bullo che vuole vendicarsi su di loro dell’inflessibilità che il padre gli dimostra in classe o quella in cui Victoria viene inseguita dall’ex fidanzato alla fermata dell’autobus) e a farci gioire per la loro capacità di superare le barriere che li dividono. Io amo Kent Haurf e sono grata a NN Edizioni e al traduttore Fabio Cremonesi per avermelo fatto scoprire.

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