sabato 27 febbraio 2016

Fuocoammare


sull’isola c’è Samuele, bambino solitario d’altri tempi, che lavora d’immaginazione: non gli vediamo mai in mano un cellulare o un videogioco. Samuele taglia un rametto per farci una fionda, spara mimando un mitra, tira i sassi alle foglie di fichi d’india dopo averci inciso occhi e bocca con un amico, imita il verso degli uccelli, si allena per superare il mal di mare, ascolta i racconti degli adulti sui tempi passati, si sforza di usare l’occhio pigro, va dal dottore perché ha un po’ di affanno, risucchia gli spaghetti ai calamari con un metodo tutto suo. Sull’isola, oltre Samuele e i suoi parenti, ci sono il signore della radio, sempre al buio nello studio a trasmettere musica e dediche, il sub che esce in muta da casa e s’immerge dagli scogli in cerca di ricci, e il dottore, che è una figura ponte tra la normalità dei paesani e l’anormalità di ciò che viene dal mare. Dal mare arrivano giorno e notte barconi pieni di gente: uomini, donne e bambini. Alcuni di loro hanno la scabbia, altri sono disidratati, altri ustionati dalla nafta, e la stiva delle imbarcazioni di fortuna spesso è colma di cadaveri. Gianfranco Rosi riprende momenti di vita di Samuele a Lampedusa e momenti di accoglienza ai migranti. Il dottore racconta che non ci si abitua mai ai cumuli di morti, alla sofferenza atroce di chi parte sperando in una vita migliore e perde tutto via via. Ha un passo lento la regia di Rosi, ogni scena sembra voler sfidare l’attenzione dello spettatore durando un po’ più di quanto necessario a capire; ti cala nell’isola, nel suo dramma, nella sua aspirazione alla normalità, nella sua rassegnazione a fronteggiare gli eventi nel migliore modo possibile. Un film che parte dalla cronaca ed è autentica poesia.

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