mercoledì 10 febbraio 2016

Il labirinto del silenzio


all’inizio del film di Giulio Ricciarelli (cinquant’anni, padre italiano, madre tedesca) il protagonista, Johan è solo un giovane avvocato che lavora alla procura di Francoforte ed è stufo di vedersi affibbiare incidenti stradali. Siamo nel 1959 in una Germania festosa dai colori pastello, tutta tesa ad andare avanti, a lasciarsi alle spalle dolore e brutalità. Quando un giornalista si presenta in procura con un ebreo che ha riconosciuto in un insegnante scolastico uno dei suoi aguzzini ad Auschwitz, gli avvocati lo scacciano come piantagrane. Johan, nato nel 1930, non sa cosa sia stato Auschwitz, ma decide che è arrivato il momento di informarsi. Apre così un’indagine che lo porterà con crescente sgomento ad ascoltare i superstiti del campo di concentramento e a incastrare una ventina di uomini, che dismessi gli abiti da torturatori e assassini si sono reinseriti nella vita normale. Il labirinto del silenzio ha il ritmo, le battute, le prestazioni d’attore, le ambizioni di denuncia di un film americano; affronta un tema poco esplorato come il desiderio di nascondere la colpevolezza diffusa dei tedeschi (a un certo punto Johan scopre che persino il proprio amatissimo padre era iscritto al partito nazista); riesce a essere persuasivo e insieme a intrattenere lo spettatore, mettendo in scena la lotta di un avvocato, un giornalista e un procuratore generale contro la massa che vuole occultare la verità. Bello l’attore Alexander Fehling e bello anche il film.

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